venerdì, 02 maggio 2008

Le cicogne
di Fabrizio Rasori.

Un breve testo teatrale dedicato a Pasolini, e in particolare alla sua morte

Le cicogne

Personaggi:
Fabio - Il pescatore
Giacomo - Il naturalista
Ester - La fiumarola

È notte. Notte di luna piena. Il fondale del palcoscenico riproduce una notte stellata. La Luna è in rilievo. Una sfera luminosa che riproduce esattamente le macchie della superficie lunare. 

Il palcoscenico riproduce il piazzale di fiumara (Ostia) dove è stato ucciso Pasolini. A sinistra il monumento a Pasolini. Dietro una duna alta 1.70. A destra, arretrata rispetto al monumento un’altra duna. Alta 2 m. Dietro la duna, si staglia in lontananza la sagoma - dai contorni illuminati della luna - di una grossa bilancia da pesca. Il calpestio del palcoscenico è coperto di terriccio, e vi è anche una pozza di acqua salmastra, piovana. Poco spostato dal monumento vi è un grosso sasso, alto come una sedia. Musica = Chat Baker  

I° Coro 
È Morto il Poeta (pausa breve
infine le furie lo hanno raggiunto 
e nessuno ha risposto al richiamo d’aiuto 
È morto il poeta 
e il suo sangue è perduto 
in una pozza salmastra 
È morto il poeta 
e la sua anima vaga 
tra il fiume ed il mare 

II° Coro 
Non senti anche tu un silenzio pesante? 
non vedi come tutto è più scuro? 

I° Coro 
È morto il poeta 
e perduto è il suo forte vagare 
nel giorno dell’uomo 
È morto il poeta 
e chiusi sono gli occhi stranieri 
che addolcivan gli affanni 

Musica

Silenzio = 15 secondi 
Rumore di risacca marina piano in lontananza, poi sempre più piano 
Entra il pescatore dal lato diagonalmente opposto del monumento. Non più di 30 anni. Ai piedi degli stivali bassi da pesca. In testa un cappello da pesca a falde strette. Indosso un giaccone da pesca con molte tasche. Pantaloni di velluto. A tracolla la sua borsa. Nelle mani uno sgabello da pesca e le sue canne. Lentamente traversa il palcoscenico guardardosi attorno con attenzione. Al centro della scena quasi si ferma, guarda verso il pubblico come se cercasse qualcuno. Guarda verso le quinte. Poi verso le dune. Va verso la duna più alta, poggia ciò che ha in mano, e arrampicandosi guarda oltre. Poi ridiscende, riprende ciò che ha poggiato e si dirige verso il monumento. Poggia di nuovo ciò che ha in mano alle spalle del monumento. Prende il suo sgabello, lo apre e vi si siede. Dalla borsa che ha a tracolla tira fuori un piccolo thermos, che poggia sul basamento del monumento, poi tira fuori un libro e si accinge a leggerlo. Ma non vede bene. Prende allora dalla tasca dei suoi pantaloni una torcia portatile. L’appoggia sul basamento e la accende. 
Contemporaneamente all’accensione della torcia, le luci si abbassano e un occhio di bue illumina il pescatore. Rimangono illuminate la luna, le dune (dal basso verso l’alto), la sagoma della bilancia da pesca (come se ricevesse la luce lunare). 

Pescatore: 
io non dovrei essere qui. Cosa ci vengo a fare? Avrei pure di meglio da fare. (pausa) Anche solo pescare. (pausa) (si guarda attorno) È come un tempio. Un cerchio magico. Io… io lo sto cercando. (si alza) (guarda verso il monumento) Lo so che è qui. (pausa) (scuote la testa e si rimette seduto coprendosi il volto con le mani) Ma che cos’è! che cos’è (alzando un po’ il tono della voce) (si alza di nuovo e si volge verso il monumento e a lui rivolgendosi) Ho letto tutti i tuoi libri; ho visto tutti i tuoi film. (pausa) Le opere teatrali (accompagnando la frase con la mano) Le poesie (compassionevole); Le interviste. Eppure non capisco. (pausa
Ma cosa vuoi da me! (alzando la voce

Naturalista: 
Forse un po’ di silenzio! (da fuori scena

Pescatore: 
Chi è là! Chi sei? (sorpreso e spaventato
sei tu, finalmente?! (ansioso

(la luce si allarga sino a comprendere la duna più bassa
Naturalista: 
Non credo proprio di conoscerti (sporgendosi dalla duna più bassa) anche se mi sembra di averti già visto qui (in tono più basso

Pescatore:  
No, non sei tu (con una nota di delusione

Naturalista: 
Chi ti aspettavi, Pasolini ? (in tono ironico) (entra in scena

Pescatore:  
E se così fosse? ( fa un passo indietro risentito

Naturalista: 
Padrone di aspettare chi vuoi. Però l’attesa sarà lunga. Almeno sino al giorno dell’apocalisse. (pausa breve) Se ci credi. Solo, per favore, non parlare. Spaventi le cicogne, e se abbandonano il nido è un vero disastro. 

Pescatore:  
Scusami scusami scusami (passeggiando) Lo so, sto diventando pazzo. Non dovrei essere qui. A pescare! Dovrei essere a pescare. Così ho detto anche a mia moglie. “Dove vai a quest’ora?” mi ha chiesto. “Dormi, tu che ci riesci, non ti preoccupare” le ho risposto, vado a passare la notte in riva al mare. Ormai lo faccio spesso. Si è girata e ha continuato a dormire (pausa) Le cicogne hai detto? Qui ci sono le cicogne? 

Naturalista: 
Già, se non lo sai questa è anche area protetta. È ancora piccola ma diventerà una grande oasi naturalistica. Quando tutti gli abusivi saranno andati via, tra il fiume e il mare sarà solo natura. Si, c’è il porto, ma non dà fastidio. E quest’anno, per la prima volta da molti secoli, forse la prima volta in assoluto, si sono fermate le cicogne. E si stanno riproducendo! 
E tu con le tue urla le stavi facendo agitare! 

Pescatore: 
Scusami scusami scusami (passeggiando) davvero non volevo disturbare. Te l’ho detto, sto andando a pesca. Mi sono fermato solo un momento (pausa) per riflettere. Ecco, stavo riflettendo. (si vuole convincere di quello che dice) Riflettevo ad alta voce! 

Naturalista: 
Eh! siete in diversi che venite qui a riflettere! Una processione! 

Pescatore: 
Ha si?! (visibilmente sollevato) In diversi? Ma guarda! (pausa) Io però non ho mai incontrato nessuno. 

Naturalista: 
Ma io si! (ironico) Questo è il mio terzo turno di guardia al nido e ogni sera; ogni sera è passato qualcuno. Io l’ho fatto presente al presidente che questo andirivieni disturba le cicogne, ma lui dice che il parco letterario non si può evitare... Davvero se non l’avessi visto non ci avrei creduto. Dopo tanti anni ancora questo interesse. Vengono qui. Guardano il posto. La statua. Si lamentano; sembra chiedano consiglio; e dopo un po' se ne vanno. 

Pescatore: 
Se ne vanno così, senza dire nulla? 

Naturalista: 
Beh, si! 

Pescatore: 
Ma se ne vanno soddisfatti o..? 

Naturalista: 
Ma non lo so! A me basta che se ne vadano in silenzio! 

Pescatore: 
Scusami scusami (pausa
Vuoi un caffe? (pausa) È un caffè caldo! (indicando il thermos

Naturalista: 
Beh, non dovrei lasciare il posto di osservazione, ma a quest’ora… ma si! Grazie, accetto volentieri. 

Il pescatore va verso il monumento dove è poggiato il thermos, dove è raggiunto dal naturalista. Il pescatore prende un altro bicchiere dalla sua borsa e versa il caffè in due bicchieri (Il caffè dev’essere fumante
Pescatore: 
Quanto zucchero? 

Naturalista: 
Uno scarso grazie. 

I due si siedono. Il pescatore sul suo sgabello, il naturalista sul sasso. i due prendono il caffè
Naturalista: 
Sai, mi dispiace se sono stato sgarbato, ma la cicogna si stava agitando. Noi la teniamo sotto controllo giorno e notte. È molto importante che si riproduca. Ma ci pensi! Quì non si era mai vista una cicogna. E poi, guarda, non riesco proprio a capire cosa ci trovate in lui. (indicando il monumento). 

Pescatore:  
Ma non lo sai che era un grande regista! Un poeta! 

Naturalista: 
Si, ma è passato tanto tempo! È storia vecchia! Un poeta marxista! Ma dai! Nel terzo millennio! Il muro è caduto, sai?! Te ne sarai accorto! Ci sono problemi più importanti oggi! 

Pescatore:  
Si, è vero, il muro è caduto. (il tono è triste) Eppure io lo sento intorno a me questo muro. Ogni parola non detta è un nuovo mattone, e mi sembra ogni giorno più alto. 

Naturalista: 
E Pasolini che c’entra? 

Pescatore:  
Già, che c’entra? E’ proprio questo il punto! Io non lo so che c’entra. So solo che c’entra. (si alza) È come qualcosa che io conosco, ma che ho dimenticato. Quel nome che hai sulla punta della lingua e non ricordi… 

Naturalista: 
... E non hai pace sino a quando non ti torna in mente 

Pescatore:  
Proprio così! (guardandolo) Ma che cos’è! Perché io lo sento che lui me lo può dire. È qualcosa che sta nelle sue opere, ma io non l’ho trovato. Eppure l’ho cercato. 

Naturalista: 
Io li ho letti i suoi libri. Ho visto anche i suoi film. Tanto tempo fa. (pausa, come se ricordasse qualcosa che aveva voluto dimenticare) Ora non mi interessa più la letteratura. Non è il momento di farsi domande. Dobbiamo essere realisti. Guarda cosa abbiamo combinato con le nostre illusioni. No! Io non ci casco più. Preferisco gli animali. Da quando mi sono separato poi, ho tanto tempo per gli animali. (pausa) Ma poi, che morte! Un uomo di cultura come lui! Ucciso in modo così squallido! Non capisco perché abbiano voluto farci un monumento qui. Era meglio dimenticarlo questo posto. 

Pescatore:  
Io ero un ragazzino quando è successo. Facevo la scuola media. Ricordo, la mia professoressa d’italiano. Di sinistra e tanto illuminata. (pausa) Almeno sino a quel momento. Prima disse bene dei suoi libri, ma poi si arrabbiò. Era fuori si sé. Disse che non si perdona chi adesca i ragazzini, e che si era meritato la sua morte. Io, più si arrabbiava e parlava, più diventavo rosso. Sembrava parlasse a me. (pausa) Io ero colpevole. Ero colpevole come Pasolini. Ma poi perché? Io sapevo che non c’entravo niente. E quale colpa poteva avere Pasolini per meritare la morte? Quale colpa merita la morte? 

Naturalista:
Ha! Ho capito! Ma allora il tuo è un problema di sesso! 

Pescatore:  
No, Non hai capito niente. Non c’entra niente questo, e poi sono grande, sposato; con figli! No, non ho più dubbi. Potrei perdermi ancora e sempre solo per gli occhi di una donna. (pausa) Per non parlare del resto. No, Io sono qui perché devo essere qui. 

Naturalista: 
Ma che problemi sono i tuoi? Il tuo problema è che non li hai, i problemi. Ora! Ora è il momento di impegnarsi a proteggere cosa ci rimane. Non è più necessario sognare qualcosa che non c’è. Dietro quella duna c’è una delle poche cicogne rimaste sulla terra, e io non voglio che sia l’ultima, ma la prima. La prima di un nuovo mondo. Un mondo sicuramente migliore di questo. 

Pescatore:  
Davvero credi che un mondo di cicogne sia migliore? (ironico

Naturalista: 
Ma non fare lo spiritoso! Sono sicuro che hai capito benissimo cosa volevo dire! 

Pescatore:  
Hai ragione, non volevo prenderti in giro. Forse è un bene che esisti. Solo che, ascoltandoti mi è venuta in mente una signora dell’est che ho incontrato andando a lavoro. Vicino la stazione. Una donna matura. Ua bella donna. I capelli lunghi raccolti sulla nuca, gli occhi chiari. Così distinta. Teneva in mano davanti a sé un bicchiere di plastica, e senza dire nulla parola chiedeva aiuto. (pausa) Aveva il volto di chi ha perso molto e non sa cosa attendersi. Avrei voluto aiutarla. Che so. Offrirle la colazione. Farla parlare. Saperne la storia. Condividere un attimo i suoi pesi. Ma poi... era tardi, non avevo monete. Non ho fatto nulla! Quel pomeriggio stesso sono ripassato di là, ma lei non c’era più, e neanche il giorno dopo. Chissà che fine ha fatto. 

Naturalista: 
È la globalizzazione. Non è mica colpa tua. Oggi chiude una fabbrica in Bielorussia e domani hai i disoccupati sotto casa. È come per l’inquinamento. Il pianeta ormai è piccolo! 

Pescatore:  
Beato te che hai una risposta per tutto, e che questo ti consola! A me ognuna di queste risposte fa nascere solo altre domande. 

Naturalista:
E allora le risposte conclusive. Quelle vere che ti risolvono e cambiano la vita le aspetti da un intellettuale “marxista” (gesto con la mano) morto trenta anni fa? Sei un illuso. Meglio, molto meglio salvare una cicogna. (pausa) Guarda arriva qualcuno. 

Pescatore:  
Mi sembra una donna anziana. Una zingara forse. 

Naturalista:
Spinge una carrozzella da bambini? Di quelle di una volta, con le ruote alte? 

Pescatore:  
Qualcosa spinge. Sì è una carrozzella dalle ruote alte. 

Naturalista: 
Allora è Ester. Una volta aveva una baracca proprio qui vicino. Poi hanno fatto il porto, l’oasi e a lei il comune ha dato una casa popolare. Ma non le piace e la notte gira sempre qui intorno. È mezza matta. 

Entra in scena Ester spingendo una di quelle vecchie carrozzelle per bambini dalla ruote grandi. Lei ha un vestito improbabile di scialli e stracci, mentre la carrozzella è piena di coperte, di bottiglie e di cartoni. 
Ester: 
Bonasera a tutta la compagnia 

Pescatore:  
Buonasera 

Naturalista: 
Buonasera Ester 

Ester: 
Chi sei, te conosco? Fatte vedè bene! 

Naturalista: 
(Accenna un piccolo passo avanti

Ester: 
Ha! er guardiano der monno novo! (con tono ironico

Naturalista: 
(al pescatore coprendosi la bocca con la mano come se dicesse un segreto) Dove c’è l’oasi c’era la sua baracca e lei pensa che è colpa nostra se è dovuta andare via. 

Ester: 
E la cicogna come sta? Ha sgravato finarmente? 

Naturalista: 
Ma le cicogne non rimangono incinte! 

Ester: 
(guardandolo con commiserazione) Ma c’iò sò, c’ìo so!; pè cchi mm’hai preso?!, posso esse tù nonna sa! Anche se un nipote così… bè lasciamo annà... E 'sto ber giovine chi è ? Nun me sembra un guardiano dell’esercito tuo. 

Pescatore:  
Piacere, Fabio (cerca di darle la mano che lei non prende, lasciandolo con la mano tesa, che dopo poco ritira). 

Ester: 
(si avvicina per guardarlo meglio) Poverino. Te fa morto male? 

Pescatore:  
(rimanendo sorpreso dalla domanda, guarda smarrito anche il naturalista non sapendo cosa rispondere

Ester: 
L’anima, te fa morto male? (gli chiede ancora). Nun c’è bisogno che dichi gnente, te lo leggo nell’occhi che stai a soffrì. 

Naturalista: 
E da quando l’anima fa male? 

Ester: 
Te nun te preoccupà, che tanto 'sto male nun tè viene, che se mai c’è l’hai avuta 'n’anima, da mò che se n’è scappata via. 

Naturalista: 
Ma insomma, c’è l’hai proprio con me. Eppure ti abbiamo aiutato. Ora hai una casa vera. Dovresti stare meglio lì che in una baracca di assi e cartoni. 

Ester:
Ma statte zitto ch’è meglio, ch’io nun t’ho chiesto gnente. (Si gira dandogli le spalle e comincia a parlare con Fabio) C’iavevo un angolo de paradiso. Er vento me veniva ner letto a carezzamme li capelli e la brezza der mare me profumava pure d’enverno, e mò me vorrebbero tenè tappata drento quei fornetti che chiameno case. Che armeno stessero zitti. E 'n po’ de decenza, per favore. 

Naturalista: 
(alle spalle di Ester fa mostra al pescatore di come lei sia pazza

Ester: 
sé, sé; è mejo che penzi che so matta. Armeno nun te vengheno li dubbi. (al pescatore) Tu però invece, dimme che c’hai che tè rattrista er core? Nun te bastano l’affetti e le cose che conosci a sanatte dar dolore? Eppure quanno tu figlia te strigne ar petto te dovresti sentì ricco! 

Pescatore:  
Io, io non so come fai a sapere tante cose di me. Forse è vero, è come dici tu, è l’anima che mi fa male. (pausa) È che… che penso… che credo… che io so! che la cura al mio dolore lui la conosce e qui la posso scoprire. (indica il monumento e il naturalista che sono allineati

Ester:
(guarda verso la statua e il naturalista) Ma chi, er guardiano? (poi ride) ma no, ho capito che voi dì. Sto a scherzà, mica so scema. Non der tutto armeno. Stai a parlà der poeta. Pasolini 
E dichi che lui te po’ guarì. (pensosa) Pò esse, Solo che seconno me, ar massimo te po’ fa capì come ce se cura. 

Pescatore:  
Sarebbe già abbastanza. 

Naturalista: 
Ma non la stare a sentire! Quella vecchia pazza ti porta sulla strada della sua follia. La tua è semplice stanchezza! Vattene a casa da tua moglie e dai tuoi figli, fai una bella dormita, e vedrai che domani… 

Ester: 
e già! Ma come mai nun ce stai tu co tu moje e co tu fijo? Te lo dico io perché. Perché insieme all’anima tua, se ne so annati pure loro! E te ancora nun te chiedi perché. 

Naturalista: 
(visibilmente colpito) Ma stai zitta, vecchia pazza. Passi le notti a dormire sui cartoni in riva al mare e…

Ester: 
Proprio nun me voi sentì eh? Beh, è già un buon segno. E allora forza, che prima da morì, t’aritrovi. 

Naturalista:
Ma insomma basta, ma chi ti credi di essere, l’oracolo di delfi? Se continui così, qui (indicando lo spiazzo) non faccio entrare più nessuno. Ma che ci sto a fare qui con voi? è proprio arrivato il momento di tornare dalla cicogna.

Ester: 
Ma quanta pena me fai, tu e l’amichi tui, così tronfi e sicuri de sé. M’avete buttato giù casa pè facce fa er nido an’uccello che nun se sarebbe mai sognato da fermasse qua, se stò monno nun fosse impazzito. E voi lo state a controllà come se fosse er salvatore e nun v’accorgete che lui stà solo a chiude le porte der cimitero. 

Naturalista: 
(si gira di spalle

Pescatore:  
Su, basta, non litigate. Non ha senso litigare qui e ora. Guardate che notte, guardate che luna. (i tre fanno silenzio e guardano la luna). 

Ester: 
Già la Luna (pausa) “che bella la luna stanotte” così ha detto pure lui (indicando il monumento

Pescatore:  
Chi l’ha detto che ? (silenzio. I due guardano Ester

Ester: 
Era 'na notte come questa. (indicando il fondale) Cò la luna piena e un gran vento de mare. (pausa) Io l’ho sentito strillà: Aiuto! M’ammazzano! (alza il tono della voce) C’ho avuto paura. Nun era mica la prima vorta che se menavano qua. Io num me so impicciata mai. Ma stavorta sò stati cattivi. E allora, dopo, so venutà a vedè ch’era successo. E Lui stava lì (indica la pozza) (pausa) Era tutto sporco de sangue, e pè fermallo s’era legato cò la camicia. Io me credevo ch’era morto, ma quanno me so avvicinata m’ha guardato. 

Pescatore:  
E ti ha detto qualcosa? 

Ester: 
(prima lo guarda in silenzio, come indecisa se rispondere o meno, poi) Come furie (sospirando

Pescatore:  
Cosa? 

Ester: 
Me so avvicinata e jò preso la mano. M’ha guardato e m’ha detto: come furie. È vero, fijo mio, jo risposto, t’hanno proprio massacrato. Lui ha provato a ride, ma nun ce la faceva. Te fa male? Jò chiesto. Ora non sento niente, m’ha risposto. (pausa) Guarda, m’ha detto, che bella la luna stanotte. Poi, piano piano, s’è come addormentato e dopo ‘npò nun respirava più. 

Pescatore:  
(piange

Naturalista: 
(dopo qualche secondo di silenzio) E poi che hai fatto? 

Ester: 
E che dovevo fà. Era morto. Me so fatta er segno della croce, l’ho fatto pure a llui e me ne sò annata dè corsa. 

Naturalista: 
Ma io non ci credo! non ho mai sentito di nessuno che abbia parlato con Pasolini prima che morisse. 

Ester:
Prima de stasera nun l’avevo mai detto. Tanto chi c’avrebbe creduto? E poi si quelli avrebbero saputo che c’ero puro io, se potevano penzà che l’avevo visti. E me venivano a sardà r’conto pure a me. E poi, a che sarebbe servito? A chi jemporta! 

Pescatore:  
A me importa! (con voce segnata dalle lacrime precedenti) Un po’ di pietà! Almeno c’è stata un po’ di pietà. E non è morto solo. Qualcuno gli ha tenuto la mano. (pausa) Fa meno male sapere che è morto così. 

Ester: 
Ho fatto solo quello che annava fatto. Pè fa la cosa giusta nun c’è bisogno de stacce a penza. Viene da sola. (pausa

Pescatore:  
È vero. (pausa) La cosa giusta viene da sola, non bisogna pensarci. (silenzio

Ester: 
Bè s’è fatto tardi. È ora che me ne vado. 'Sto posto nun lo vojo vede dè giorno che me fa troppo male. Quindi ve saluto e me ne vado. (si avvia. Poi si ferma e si gira) Aricordateve però che io nun v’ho detto gnente. Ester è solo 'na povera pazza. Nun ve venisse in mente d’annallo a raccontà perché io nun ve vengo mica dietro. Sò stata chiara? 

Naturalista: 
Stai tranquilla, che per me sei sempre solo una vecchia pazza! 

Ester: 
Eh, L’anima tua è ancora lontana! (e poi girandosi verso il pescatore) Addio caro, Nun te scordà der poeta, che te tiene cardo. E nun ce stà troppo a penzà. Fallo! Ciao. (esce di scena

Il pescatore e il naturalista si guardano un attimo 
Naturalista: 
Ma non vorrai credere a quello che ha detto! È una povera pazza. 

Pescatore:  
Beh, io però mi sento meglio. In fondo era semplice. 

Naturalista:  
Cosa era semplice?

 

Pescatore: 
Tutto. Il malessere. Senti, devo proprio andare. (comincia a raccogliere le sue cose) Ma non devi andare a controllare la cicogna? 

Naturalista:
Già, la cicogna. Me l’ero dimenticata. Adesso vado. (intanto il pescatore è quasi fuori scena. Il naturalista si accorge che il pescatore ha lasciato il suo sgabellino e il libro) scusa, ti stai dimenticando questi. 

Pescatore:  
(voltandosi). Lasciali pure lì. Potranno servire a qualcun altro. (e esce

Naturalista:
(guarda un secondo i libri, ne sfoglia uno, poi lo riposa lì, si avvia verso la duna e esce di scena

Musica - Sipario - Fine 
 
postato da: Faberjack alle ore 19:46 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, teatro, pasolini
domenica, 06 gennaio 2008

 ZUPPA ATTICA  di Fabrizio Rasori

Socrate è sdraiato su un pagliericcio, forse dorme. Santippe entra in scena lentamente, con due grandi cesti in mano, da uno sporgono verdure e del pesce, dall’altra piatti e pentole di coccio.

Santippe si ferma al centro della scena, scuote la testa:

SANTIPPE: Guardalo! Garda come se la dorme. Il filosofo! (Appoggia pesantemente i cesti sul tavolo)

SANTIPPE: Socrate! Socrate! Ma come puoi dormire il tuo ultimo giorno di vita! E già! ma tanto! Cosa importa a lui della famiglia! Di chi rimane! Noi dobbiamo tenere il punto, dobbiamo! Noi beviamo la cicuta, noi! Noi siamo filosofi, noi!! Socrate! Sveglia!

SOCRATE: (Socrate si sveglia, e la guarda) Santippe, moglie mia, sei qui. Ho avuto un incubo. Ho creduto di sognare le tue grida; (pausa) ora che ti vedo so che non era un sogno.

SANTIPPE: (Si allontana da lui ) Mi hai chiamato tu, no? O ne sei già pentito? Preferiresti forse Alcibiade? Come ieri, quando mi mandaste via per rimanere soli, non è vero forse?

SOCRATE: (Socrate si è seduto e si è stropicciato gli occhi; la guarda) Ma devi sempre gridare? Non hai modo di regolarla quella tua voce? Solo per oggi, ti prego. Comunque stai tranquilla, oggi, Alcibiade non verrà.

SANTIPPE: Lo hai licenziato infine?

SOCRATE: Ti ho detto che oggi non verrà; accontentati di questo.

SANTIPPE: (Sospira, si riavvicina alla cucina e alle ceste) Ho portato quello che hai chiesto: Sauro appena pescato ( mostra il pesce), finocchio dell’attica, noci del pireo, mosto di Delfi; tutto l’occorrente per la zuppa attica. E anche del vino della Tessaglia (mostra la brocca). Vedrai, (sorride) questo pranzo te lo ricorderai per il resto della tua vita.

SOCRATE: Di questo non v’è dubbio.

SANTIPPE: (Diventa seria; ripoggia la brocca) Che stolta sono. Parlo e non penso a ciò che dico. E’ domani. E’ domani che… non… non… ( smette di parlare cercando di trattenere le lacrime)

SOCRATE: (Socrate sorride, seppure con il mento serrato) Donna! E cosa fai, piangi? (si alza, va verso di lei, le tocca il viso) Non fare così. Allora devo finire i miei giorni rimpiangendo tutte le tue critiche? Restami cattiva almeno tu! Così mi sarai cara almeno quanto la tua zuppa!

SANTIPPE: (Si allontana da lui) Non ti smentisci mai! Domani ti aspetta altro che le mie parole, e ancora oggi per te valgo una zuppa!

SOCRATE: Ti sembra poco il valore di una zuppa da offenderti il paragone? (si avvicina alle ceste). Pensa al gusto leggero del finocchio ( glielo mostra) che, a poco a poco, (rimette giù il finocchio) nel lento ribollire della pentola si lega all’acre sapore del mosto di Delfi, (lo mostra e lo ripoggia) convincendolo infine di essere nati per stare insieme. Non trovi sublime questa volontà d’unione dei diversi? E il sauro, (lo mostra) che coperto d’erbe e ripieno delle noci, piano scioglie le sue carni nel brodo chiaro lasciando spine al suo passaggio, che dovranno poi esser evitate con attenzione. Non ti sembra il viaggio dell’amore che si scioglie negli abbracci meravigliosi e tante spine porta poi con sé? Mi guardi stupita. Ti sembra ancora poco il valore di una zuppa?

SANTIPPE: No, non è questo. Sono stupita che rivolgi a me le tue frasi migliori. Sino a ieri ero ti schernivi di me con i tuoi amici, e tutta Atene rideva delle tue parole, e oggi…

SOCRATE: Vieni qui, avvicinati. Prepariamo insieme questo ultimo piatto. Ti devo parlare.

SANTIPPE: (sorpresa) Vuoi cucinare con me?

SOCRATE: (sbuffando) Va bene! Non cucinerò. Ma avvicinati, discutiamo.

SANTIPPE: (Si avvicina, inizia a sistemare le cose che ha portato: La pentola sul focolare, la brocca sul tavolo, le verdure sul tagliere.) Lamprocle tuo figlio ha chiesto di te, mi ha detto che verrà domani e ti chiede di ripensarci.

SOCRATE: lascialo dire, è solo un ragazzo

SANTIPPE: Mi ha chiesto di convincerti a cambiare idea. Io, io che riesco a farti cambiar proposito! Che follia. Veramente l’idea di un ragazzo!

(Mentre parlano Socrate è vicino a lei, ora a destra se lei si sposta a destra, ora a sinistra se lei si sposta a sinistra. Questo movimento fa si che i due siano sempre di impiccio all’altro durante tutto il colloquio)

SANTIPPE: Per Demetra fermati! Mettiti seduto, mi stai facendo girare la testa!

SOCRATE: (Sospirando si mette seduto) Scusami, la serenità non è dell’oggi. Domani. Domani sarà tutto più chiaro. Ti devo parlare Santippe. So che tra noi ci sono state spesso parole non facili…

SANTIPPE: (annuisce continuando a preparare la zuppa)

SOCRATE: … riconoscerai che mai ti ho discusso come madre dei miei figli, come custode della nostra casa comune.

SANTIPPE: (accondiscende ma sempre un po’ sulle sue) Questo non ti ha certo mai impedito niente!

SOCRATE: Vuoi forse dire che io non mi comporti da buon ateniese?

SANTIPPE: (Alterandosi leggermente) Non provare a fare i tuoi giochetti da maestro! Stai parlando con me, e i tuoi torti sono con me, non con Atene!

SOCRATE: (Attimo di silenzio. Abbassa la testa come colto in fallo) Hai ragione, scusami. Non c’è tempo per il passato. Devo dirti cose importanti e il giorno è così breve. Fossi stato come Ippia di elide o Prodico di Ceo, avidi insegnanti di virtù e conoscenze, ti lascerei ricca di danari. Così non è stato, e solo le mie parole posso lasciarti. Una debole eredità.

SANTIPPE: (Mettendosi seduta e leggermente ironica) Mostrami allora la tua debole eredità

SOCRATE: Ma… la zuppa?

SANTIPPE: Lasciamola cuocere.

SOCRATE: (è dubbioso se iniziare a parlare) Io dissi donna, che è saggio chi sa di non sapere. Ora donna, ti spiegherò l’arcano affinché ti sia di giovamento.

SANTIPPE: (sbuffa, si alza e torna a girare la zuppa. Si gira) Tu! Tu vuoi spiegare a me come è saggio chi sa di non sapere? Hai forse dimenticato che sono una donna?

SOCRATE: Per questo ora ti parlo!

SANTIPPE: Tu non vuoi intendere! Hai forse visto in Atene mogli dotte a seguir le tue parole o quelle dei tuoi pari?

SOCRATE: Certo no! Sei tu che non mi intendi! E’ per questo che ti lascio le mie parole!

SANTIPPE: (si rimette seduta accanto a lui) Socrate caro (accondiscendente); è forse falso che le donne in Atene non ricevono insegnamenti?

SOCRATE: no

SANTIPPE: E’ forse falso che mai migliore consigliera ha l’uomo che la donna amata?

 

SOCRATE: no

SANTIPPE: e come può colei che nulla sa delle cose degli uomini aver in sé il miglior consiglio?

SOCRATE: (La guarda sperduto)

SANTIPPE: forse che essa sa di non sapere, perché a ciò è costretta, e di questo fa scuola di saggezza? (si alza e torna a girare la zuppa)

SOCRATE: (La segue con lo sguardo, poi abbassa la testa pensieroso) Invero il tuo pensiero lascia il segno. Di queste mia parole forse non hai bisogno. Ragioneremo allora della virtù. Di come la si apprende e la persegue sì per esser sempre migliore; Fare il buono e allontanare il male.

SANTIPPE: (assaggia la zuppa, aggiunge un pezzo di finocchio) E spiegami allora cos’è questa virtù che sempre ho pensato di aver le idee confuse sull’argomento, e sempre da te avrei voluto chiarimento, se ci fossi stato. Se non fossi stato occupato a praticare il buono nel quartiere dei ceramisti, lì dove i lupanare sono più delle botteghe. Dove la virtù non costa più di una moneta.

 

SOCRATE: Mi torni sempre agli stessi discorsi! Perché di essere un uomo mi fai colpa?

SANTIPPE: Preferiresti la pietà per il tuo essere uomo?

SOCRATE: Basta! Torniamo a discettare di virtù

SANTIPPE: Si, torniamo alla tua virtù, è meglio! (ironica)

SOCRATE: (sospira) Io ebbi a dire che la virtù non è frutto di scienza né di natura, e la giusta opinione, se un uomo l’ha, egli l’ha per divin fato. Ora, seppur io dissi questo, pure di una donna si intende che la sua virtù e in governar bene la casa, ed esser massaia, e ubbidiente al marito.

SANTIPPE: (si alza di nuovo e va alla pentola a girare la zuppa) E questa è tutta la virtù che mi vuoi lasciare?

SOCRATE: E’ vero, è solo uno spicchio di virtù, ma quando non ci sarò più, se vorrai tornare sposa onorata con un nuovo marito, queste sono le virtù che dovrai mostrare.

SANTIPPE: Che pensiero profondo, da un maestro come te non mi aspettavo meno. Pensa, che come umile sposa, ignorante quale sono, mi ero fatta una idea diversa della tua arte.

SOCRATE: Donna, questa è la più difficile delle mie discussioni.

SANTIPPE: (torna vicino a lui e gli siede accanto) Supponiamo che io sia Menone, o Fedone, e sia qui a porti una quesito.

SOCRATE: Quale quesito?

SANTIPPE: Può un uomo d’Atene esser rinchiuso nel retro della casa per tutta la vita, costretto a non incontrar che poche genti, aver negati quasi tutti i riti, amare chi lo tradisce con schiavi e concubini. Può un uomo così trattato mantenersi retto e giusto e perseguire solo il bene?

SOCRATE: Che quesito è questo. Nessun uomo d’Atene è così trattato!

SANTIPPE: Ben lo so! Nessun uomo d’Atene è trattato così. (ironica) Rispondi allora.

SOCRATE: Per rimanere retto e giusto davvero forte dovrebbe essere la sua anima. Capace di vedere il bene anche li dove è solo lo scuro della sopraffazione.

SANTIPPE: Diresti quindi che quest’uomo è forte di virtù. Di quella virtù frutto del divin fato di cui hai tanto parlato.

SOCRATE: Si, lo direi.

SANTIPPE: (si rialza e va verso la pentola. Ne assaggia il contenuto. E’ soddisfatta del sapore) Allora vedi mio caro, ti ringrazio della tua virtù, ma posso accontentarmi della mia.

SOCRATE: (Socrate vorrebbe controbattere. Apre la bocca come per parlare, poi ci rinuncia.)

Santippe prende due scodelle e le pone sulla tavola apparecchiando. Prende la pentola e versa la zuppa nei piatti

SOCRATE: Ancora una volta i tuoi pensieri non hanno bisogno delle mie parole. (sospira) Dovrei essere felice della forza del tuo sentire, eppure…

SANTIPPE: La zuppa è pronta. Assaggia.

SOCRATE: …eppure avrei preferito almeno lasciarti parole, se non monete; e neanche questo sono riuscito a fare!

SANTIPPE: (sbuffando) Assaggia la mia zuppa e dimmi se ti piace!

SOCRATE: (La guarda un attimo, poi prende un cucchiaio e assaggia. Chiude gli occhi, assapora) Delizia degli dei. La tua zuppa attica rimane insuperabile.

SANTIPPE: (Sorride) Su questo siamo d’accordo. (si siede anche lei. Inizia a mangiarne)

Socrate e Santippe si guardano. Lei gli prende la mano

SANTIPPE: Socrate caro, davvero pensi che io voglia queste tue parole come ricordo? Io voglio te. Scegliamo l’esilio, scappiamo da Atene. Lo possiamo fare. Platone, Alcibiade… Tutti! Tutti ci aiuteranno. Tutti è pronto per la fuga.

SOCRATE: (ritira la mano) Mai! Cosa mi chiedi. Non posso e non voglio venire meno alla mia decisione!

SANTIPPE: (Si alza) Stolto! Stolto eri e stolto rimarrai! Tu e i tuoi folli insegnamenti che ti daranno la morte!

Sono entrambi voltati a evitare di guardarsi. Poi Santippe si gira, lo guarda, ne ha pena e dolore. Si risiede. Riprende in mano il cucchiaio

SANTIPPE: Dai, mangiamo che la zuppa si fredda, e lo sai che poi non ti aggrada.

Socrate si gira piano, incerto, poi riprende il cucchiaio e continua a mangiare.

SANTIPPE: Scusa questa tua moglie che ha parlato ancora una volta con la voce dell’amore. Non mi importa della tua filosofia, delle tue virtù e dei tuoi peccati. Serberò con me solo i tuoi sorrisi, il colore dei tuoi occhi in quelli di nostro figlio;

SANTIPPE: E i nostri litigi.

 

Socrate la guarda, accenna un sorriso

SOCRATE: Atene sarà triste senza le nostre grida.

SANTIPPE: Io lo sarò di più. ( Si tengono la mano in silenzio).

FINE

SIPARIO

Nota: Questo "quadro teatrale" è stato scritto per essere inserito in un lavoro a più mani dal titolo " zuppa d'autore" che il circolo Bel amì ( www.bellami.it) metterà in scena tra maggio e giugno a Roma. Purtroppo l'argomento del quadro non corrispondeva allo spirito dell'opera nel suo complesso, quindi per quella occasione verrà rappresentato, tra gli altri, un mio  "quadro" più ironico, che pubblicherò più avanti. Però mi andava di pubblicare anche questo e allora eccolo qui. Accetto critiche.

Tutti i diritti riservati.


 



postato da: Faberjack alle ore 18:16 | Permalink | commenti (2)
categoria:cultura, donne, teatro, femminismo, socrate, santippe