mercoledì, 23 aprile 2008

Tra le varie cose che cerco di fare per tenermi vivo, c'è  (o meglio c'era) una collaborazione con la rivista online Il Pendolo, terminata proprio ora per i motivi che a  seguire  andrò a illustrare per portarli al pubblico dibattito del mio blog.

Dunque, dicevo della mia ex collaborazione con Il Pendolo. Durante questo rapporto ho recensito vari testi: romanzi, resoconti di viaggi, libri di storia, biografie. Testi tra loro diversi, il cui filo d'unione, oltre la mia persona e i miei personali interessi, è nell'aver cercare di offrire al mio lettore un percorso. Un percorso di conoscenza; conoscenza di sè, dei propri limiti, degli strumenti necessari per acquisirla, la conoscenza, la capacità di essere critici.

 Lo so, porsi il raggiungimento di questo obiettivo attraverso recensioni librarie è utopico, poco attinente alla realtà. Pure, cercare di costruire questo filo è necessario per il mio agire. Per dargli un senso più autentico, compiuto. Qualcosa che vada al di la della mia stessa capacità di scrivere, naturalmente sempre del tutto discutibile (e certamente perfettibile).

In questo anno (più o meno) di recensioni, sono partito dalla biografia di Motissier, grande viaggiatore sia del mare, ma anche dell'anima, passando poi per Verne, utile pietra miliare del percorso di sviluppo della nostra società. Bloch e la sua "Apologia della storia" rappresentano - a mio modo di vedere - lo strumento indispensabile per guardare alla realtà riuscendo a discernere almeno alcuni dei suoi significati. Benjamin e le sue esperienze con le droghe sono un filo di conoscenza da provare a tenere per mano,  come lo scritto licenzioso di Diderot, la cui carica erotica è solo l'utile maschera della critica all'oppressione del potere.

Insomma, in questo mio immaginario percorso tra storia filosofia romanzo e saggio, sono arrivato ad un altro illustre protagonista degli ultimi quarant'anni : Herbert Marcuse e il suo "L'Uomo a una dimensione".

Un'opera datata, eppure evidentemente ancora carica di molta, molta, molta forza eversiva. In questo mio percorso di conoscenza riportata,  "L'Uomo a una dimensione" è un altro utile strumento; una chiave di lettura -  non più eversiva perchè superata dalla stessa realtà - ancora efficace per rendere significanti alcuni degli invisibili malesseri che gli uomini del nostro tempo vivono senza afferrarne mai l'origine.

Bene, anzi male. Su Marcuse mi sono scontrato con uno strano muro di gomma redazionale. Dopo aver modificato e riscritto due volte (forse tre ma non ricordo) l'articolo non sono riuscito comunque a pubblicarlo. Prendo atto che il problema è di altro genere, e secondo me politico. Se ciò non fosse solo ridicolo, purtroppo, accadendo in una rivista di un circolo letterario il tutto diviene anche tragico. Ne prendo dolorosamente atto, voglio e preferisco credere che semplicemente non è piaciuto il mio insufficiente stile di scrittura. Nel dubbio comunque non posso che volontariamente interrompere ogni mia collaborazione con detta rivista e riportare con le parole di un filosofo molto, ma molto lontano da me (Giovanni Gentile) uno dei grandi significati che lo strumento della discussione filosofica porta con se " ... La filosofia, è essenzialmente libertà; e la libertà, in generale, insieme cò i suoi beni inestimabili porta pur seco gravi pericoli ..."

Io, preferisco i pericoli della libertà, comunque.

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L'UOMO A UNA DIMENSIONE di HERBERT MARCUSE

“Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico”. Con queste parole si apre uno dei testi costitutivi dell’apparato ideologico che ha sostenuto e alimentato il movimento mondiale di protesta del ’68, e tutti i seguenti. Rileggerlo oggi, a quarantaquattro anni dalla prima edizione, è particolarmente istruttivo: se da un lato in esso si ritrovano linguaggi e analisi che nella attuale società postindustriale segnano il passo, dall’altro – con dolore –si deve riconoscere come molto dell’ipotizzato sia  ormai diventato la oggettiva realtà quotidiana. La società in cui il controllo delle masse è affidato alla tecnologia e ai media, dove i consumi sono dettati da “bisogni sociali indotti”; questa società allora solo abbozzata, oggi purtroppo è la nostra: marketing, automazione industriale e nuove tecnologie ne sono gli strumenti. Herbert Marcuse, nato nel 1898 a Berlino e formatosi a Freiburg sotto la guida di Husserl e di Heidegger, fu uno degli elementi più rappresentativi della “Scuola di Francoforte”, che fece della critica della società presente il fulcro del proprio pensiero. Il senso di un riesame del testo oggi, non risiede più nelle conclusioni politiche (molto si potrebbe dire criticamente adesso sui concetti allora espressi di “classe”, di “coscienza di classe”, di “rivoluzione”), mentre
rimane immutata la capacità del volume nel disvelare al lettore i meccanismi con cui le società tecnologiche (oggi diventate avanzate) possono “unidimensionarci”sino a toglierci ogni carattere originale. Nel terzo millennio, ed è questa la vera novità, disvelati i meccanismi possiamo passare oltre, e con la forza della tecnologia stessa (ora contemporaneamente carnefice e liberatrice) tentare di riappropriarci della nostra umana multidimensionalità.
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postato da: Faberjack alle ore 22:13 | Permalink | commenti
categoria:cultura, politica, filosofia, democrazia, marcuse