venerdì, 29 maggio 2009

Mentre continua a tenere banco la telenovela "Noemi e il Cavaliere",  - Meno male qualcuno si è indignato. Fosse anche tutto un calcolo preelettorale, meglio di niente - sono invece passate in secondo piano le altre grandi vittime dell'accadimento: le "veline". Quelle belle ragazzotte di buona salute e grandi speranze, quasi candidate alle elezioni europee, la cui splendida carriera politica è stata interrotta dagli improperi della signora Veronica.

Meno male, diranno in molti. Meno male? Dirò io. Però con il punto di domanda. Perchè credo che quanto accaduto debba sollecitare una domanda (o più domande) in noi  e a seguire delle inevitabili riflessioni sull'argomento: come può accadere che essere una bella ragazza e interpretare "Eliva di Rivombrosa" o partecipare al "Grande Fratello" diventino titolo di merito per la candidatura politica? 

Gira in questi giorni per il web un bel documentario dal titolo IL CORPO DELLE DONNE che fornisce in parte una risposta , almeno laddove evidenzia la quasi totale mercificazione dell'immagine mediatica del corpo femminile e laddove evidenzia come questo stesso corpo assuma, sempre mediaticamente ma anche materialmente, forme sempre più innaturali. Chi vuole approfondire veda il documentario, ne vale la pena.

Io però, sono un uomo. E posso e devo parlare con gli occhi e la mente di ciò che sono e chiedermi la mia parte in tutto questo.  E' vero, confesso, rispetto a una coscia lunga, un sedere tondo, un seno pieno, la mia reazione naturale è di grande interesse e concentrazione sugli argomenti esposti. Che ce posso fà? E' il testosterone che - per fortuna - anche ai miei 46 anni continua  a circolare per l'organismo.

Sono quindi colpevole? O forse sono vittima? Direi tutti e due. Sono vittima laddove chi conosce le reazioni del mio istinto le sfrutta per i suoi interessi; sarei colpevole laddove accettassi acriticamente le tesi esposte (e che siano esposte non c'è dubbio.) Ho usato il condizionale perche, personalmente, non accetto acriticamente le tesi esposte ( nonostante il testosterone faccia il suo lavoro).

Dalla mia posizione di vittima, "colpevole" di essere uomo credo che sia una aberrazione l'ostentazione continua della bellezza femminile associata ad ogni tipo di prodotto, dalle colle, ai pneumatici, alle creme, alle case, ai viaggi, e da ultimo alla politica, ridotta anch'essa a prodotto.

Quando ero ragazzo e partecipavo ai cortei di protesta, ricordo che, tra i vari spezzoni di cortei, ognuno organizzato politicamente (qualcuno anche militarmente), c'era lo spezzone femminista. Mi preoccupava, mi inquietava anche. D'accordo, ero adolescente allora e la donna mi faceva paura in se, come soggetto ancora sconosciuto. Ma mi inquietava la loro diversità, alterità, e sopratutto impenetrabiltà ideale. Tra l'altro, essendo stagione di lotte, la mia ragione non poteva non riconoscere il fatto che le loro rivendicazioni fossero in larga parte nel giusto.

Ecco, quello che io oggi vedo come assenti, non sono tanto i diritti delle donne. Molto ancora c'è da fare, ma i costumi e gli usi da trent'anni a questa parte sono veramente molto cambiati. Tanto di quello che allora era oggetto di rivendicazione, ora è uso comune. Le mie figlie non devono discutere per avere la loro libertà, è un dato acquisito. Non è questo che è assente. Ciò che manca è l'mpenetrabilità, l'esclusività del pensiero femminile. Quello che non c'è è il pensiero interamente e solamente femminile impegnato nella costruzione della propria identità personale e sopratutto sociale.

Oggi quel pensiero è assente, e cosa ancora più sconvolgente, (almeno a me sembra) il pensiero femminile attuale ha assunto i caratteri del pensiero maschile.  Il pensiero femminile è cioè diventato simile al maschile. Con questo non voglio assolutamente annunciare dolori e tristezze per il ricordo delle donne angelo del focolare! Tutt'altro. A me colpisce invece una donna che, per esempio nei confronti del bello estetico femminile, abbia in tutto e per tutto il mio stesso occhio.

Colpisce altresì dover constatare che in campo lavorativo si debba fare i conti con donne che hanno introiettato intimamente lo stesso carattere predatorio maschile, abdicando totalmente a quelle che invece sono le capacità più complesse proprie delle donne, capaci per istinto, di conciliare spirito materno e sensualità, per esempio o di coordinare le loro vite di mogli con quelle di lavoratrici.

Ma, allora? Come deve porsi un uomo di fronte a una società che gli offre, o donne proprio come la sua più perversa fantasia le vorrebbe, o al contrario come fossero proprio uomini anch'esse?

Sinceramente non  lo so, e mi piacerebbe veramente avere una platea ( di uomini prima che di donne) con cui discuterne per elaborarne un pensiero socialmente compiuto. Nel frattempo, nel mio piccolo, penso che l'uomo ha alcune (non molte ) cose rivendicabili come originalmente sue e altre sempre originalmente sue da esercitare però come i tempi richiedono. 

Uno è il senso di paternità, e me lo rivendico tutto. Credo che un uomo nei suoi rapporti con l'altro sesso debba esercitare ciò che la natura gli ha dato: la capacità di offrire protezione. Nel metro naturalmente che questa società dà, ma senza rinunciarci. Cioè senza intaccare la libertà altrui (femminile di oggi), ma offrendo la naturale protezione dell'uomo quando questa è necessaria e naturale. Per fare degli esempi pratici: accompagnare a casa l'amica-amante-moglie-etc; pagargli la cena-pranzo-mostra-aperitivo-etc quando si è insieme (che non significa non accettare il contraccambio, ma cercare però in questo senso di accudire); cercare di risolvere piccoli problemi pratici della vita quotidiana, quali fare un biglietto del treno-cambiare una presa-prenotare al ristorante-parcheggiare-etc (che non significa non sapere che lei può tranquillamente farlo da sola, semplicemente - magari non sempre - cercare di sostenere l'altra); offrire la propria solidarietà nelle scelte dell'altra, facendo da contraltare, ma con una criticità morbida, non competitiva, ma costruttiva, così appunto come farebbe un padre.

Accanto alla paternità, di cui ho detto, un'altra delle cose rivendicabili come originale dell'uomo è la specifica capacità di amare la donna, intendo con questo la capacità di penetrare proprio in senso fisico la donna. La natura ci ha fatto così è così sia.  Questo originale capacità fisica oggi si scontra con un immaginario di donna che - lo abbiamo detto poc'anzi - o è disegnato da Manara, o sembra uscito or orora da un consiglio di amministrazione ( estremizzo per sintetizzare). Ciò, per fortuna, non toglie in genere all'uomo la voglia di "penetrare". Solo, io credo, che la situazione imponga uno sforzo ulteriore a noi uomini: lo sforzo di distinguere sempre e nettamente i piani di incontro con il genere femminile.  Credo cioè sia necessario per l'uomo d'oggi tenere ben presente che - per esempio - la splendida donna nuda che ha nel letto e con cui sta esercitando lo specifico compito che la natura gli ha donato, li in quel letto è si la più lasciva e dolce delle compagne di letto, ma fuori di li potrebbe anche essere il suo capo ufficio, e il fatto di aver goduto di ogni suo "favore", non gli dona proprio alcun potere "possessorio o proprietario" su di lei. Se non un giusto e naturale senso di "paternità" di cui abbiamo detto prima.

Che c'entra tutto questo con le veline, direte voi?

C'entra. Perchè è l'idea che ci facciamo dei nostri rapporti con l'altro/a che disegna la realtà, e disegnandoci originalmente la realtà come la vogliamo, che  togliamo spazio a chi vorrebbe imporcela disegnandocela a suo proprio uso consumo e beneficio.

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categoria:donne, filosofia, femminismo, democrazia, veline
sabato, 04 ottobre 2008

Che bello!

Invecchiare ha i suoi vantaggi. Ho avuto il privilegio di veder cadere a 26 anni il famigerato muro berlinese, e con lui l'illusione che dietro ci si nascondesse il comunismo (beato chi l'ha mai visto!) ; oggi a 45 assisto al crollo del capitalismo. E proprio vero, tutto ha fine. 

Certo la caduta del capitalismo è moto più soft, ma certamente di caduta si tratta. Dopo quanto sta succedendo ora in America, e di rimbalzo praticamente in tutto il mondo, voglio vedere se sentirò ancora  qualcuno predicare la beltà del libero mercato senza sentire, di concerto e di commento, una sonora pernacchia.

Naturalmente, siccome il nostro è un paese barzelletta, mentre il più grande stato liberista del mondo effettua la più grande operazione socialista di tutti i tempi, intervenendo e comprando a mani basse obbligazioni, proprietà bancarie e quant'altro serva pur far sopravvire il sistema, da noi l'intervento dello stato, anzi di più, anche solo il fatto che lo stato offra direttamente dei servizi ai suoi cittadini, è visto come il più grande peccato. Uno spreco. Perchè si sà, i privati, il libero mercato è meglio...

Però ridere di tutto questo non basta. Perchè a me fa ridere, confesso. No, bisogna fare un passo ulteriore. Riflettere e trarre delle conclusioni, degli insegnamenti da tutto ciò.

La mia prima riflessione va alle teorie e alle interpretazioni in generale. Io sono sempre stato un grande fautore della teoria, e personalmente ho sempre cercato di non contrapporla alla pratica, anzi di pensarla una come parte dell'altra e verifica della stessa.

Poi però ho sentito bisogno di fare un passo ulteriore e ho cominciato a distinguere più che la teoria dalla pratica, la realtà dall'interpretazione della stessa. Faccio un esempio per essere più chiaro. Immaginiamo che vogliamo capire come funziona la vita economica degli esseri umani. Potremmo osservare, nella nostra realtà, che se di un bene c'è abbondanza il suo prezzo di scambio non è alto; al contrario se è raro il suo prezzo di scambio è alto. Se lo stesso bene prima è scarso poi è più disponibile il suo prezzo varia in crescendo, poi si ferma assestandosi quindi in relazione all'offerta e alla domanda del bene stesso.  Da qui, interpretando la realtà potremmo fare una teoria di quello che abbiamo visto e chiamarla Liberismo; perchè no?

Ma mettiamo che il bene in questione sia il pane, o l'acqua. Dei beni necessari a tutti e indispensabili. Nella realtà, se essi fossero scarsi e il loro prezzo troppo alto ci troveremmo da una parte che chi ha la disponibilità del bene si arricchisce a dismisura e dall'altra chi non l'ha, si impoverisce o addirittura muore (di fame o di sete). Tra l'altro, essendo il bene prezioso, potrebbe darsi il caso che qualcuno voglia truffare adulterandolo per venderne di più a basso prezzo. Cosa succede? succedono due cose: La prima è che servono delle regole per controllare la vendita del bene e la seconda che qualcuno potrebbe non essere d'accordo che poche persone controllino risorse necessarie a tutti e che quindi reagisca per riequilibrarne con giustizia la distribuzione. 

Bene. Ora facciamo teoria delle nostre osservazione e... ta dà! Abbiamo inventato lo statalismo e il socialismo. Contenti?

Ora per arrivare dove siamo in questo momento non rimane che fare un altro passo: chiudere gli occhi, dimenticare del tutto la realtà e vivere solo delle teorie che la spiegano, facendo in modo possibilmente che siano tra loro in contrasto. Ed eccoci nel terzo millennio.

Bene, per quanto mi riguarda è quì, è proprio qui in questo punto che mi sono strarotto i coglioni di stare a sentire chiunque sia abbarbicato alla sua teoria come se stesse in chiesa a pregare. Basta. Io voglio guardare la realtà e agire su di essa senza essere prigioniero di interpretazioni della stessa. Ma senza dimenticarle, le interpretazioni. E come potrei? Sono quello che mi consente di leggerla, la realtà. Solo devo rimanere cosciente che non sono la realtà, sono l'interpretazione della realtà.

Così mi sento più libero. Così posso lasciare - per esempio - fluttuare liberamente il prezzo di un bene ( il whisky) e tenere controllato il prezzo di un altro (il pane).  E lo posso fare senza offendere alcun grande economista.

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categoria:politica, comunismo, filosofia, democrazia, socialismo, capitalismo, consumo etico
sabato, 21 giugno 2008

E' ormai da molti anni che si è sviluppato e ha preso piede quello che viene comunemente chiamato "consumo etico". Si tratta di un insieme di prodotti che, dalle lontane zone di origine arrivano a noi "direttamente" senza "quasi" alcuna intermediazione. Questo processo "assicurerebbe" al produttore una resa maggiore e dovrebbe evitargli di venire sfruttato dalla solita multinazionale di turno. La distribuzione di questi prodotti è affidata poi ai negozi del cosidetto "terzo settore". Associazioni solidaristiche  senza scopo di lucro che si occupano di prodotti etnici e non.

Opera notevole e meritoria. Ho usato comunque il virgolettato in molti termini perchè continuo a nutrire una certa diffidenza di fondo verso percorsi e modalità di consumo che manifestano la loro azione più che altro con caratteristiche elitarie e lontane dal popolo.

Insomma, ben venga l'azione di tutti questi organismi, anche se mi piacerebbe verificare come si forma il costo finale dei prodotti "etici".

Comunque, il fine ultimo del mio discorso è diverso. Io credo che il consumo etico è un altro. Oggi, il cittadino medio è abbastanza espropriato delle sue prerogative democratiche. Assiste in genere impotente a quanto viene deciso da chi lo governa, e in genere quando vota, viene manipolato e convinto di vivere in un paese dove è necessario mettere i soldati agli angoli delle strade, dove le strade sono affollate di feroci stupratori e disinvolti rapinatori, tutti stranieri, dove tutte le leggi sono state fatte per nuovere al capo del governo, e quindi vanno modificate. Quando non è manipolato in genere è costretto a scegliere il meno peggio, e spesso si astiene per non scegliere.

Però. Però in questo desolante quadro c'è qualcosa che è veramente democratico e rimane nelle libere facoltà del cittadino. E questo è - incredibilmente - proprio la cosa che è più manipolata: Il consumo.

Il consumo in ogni sua forma: il consumo culturale, televisivo, alimentare, di beni durevoli. Tutti i consumi. E' nella nostra facolta ( e nei limiti delle nostre possibilità economiche) decidere cosa come quando e quanto consumare.

Anni fa, forse i più lo hanno dimenticato, in Sudafrica vigeva l'apartheid. L'europa attuò l'embargo totale sui prodotti sudafricani. Io allora lavoravo per Il Manifesto (noto quotidiano di sinistra), però facevo la cosa più di destra: raccoglievo pubblicità per lo stesso. Ora accadde che avessi preso una bella pubblicità di un film, e già mi pregustavo il guadagno, quando... quando si è scoperto che la produzione di quel film era sudafricana. Il giornale rifiutò la pubblicazione, e io con dolore, - lo ammetto - ma fui daccordo. E ancora oggi sono daccordo con quella scelta che pure colpì decisamente e pesantemente la mia tasca.

Come è andata a finire lo sappiamo tutti: L'apartheid è stato abolito e Mandela (che allora era in carcere) è diventato il presidente di quel paese.

Ecco, questa è precisamente la mia idea di consumo etico: un consumo o un non consumo che costringa chi lo subisce a rivedere la sua azione.

Per questo è da tempo che non vedo alcun telegiornale Fininvest, Non consumo da anni alcun prodotto israeliano (inizierò quando saranno tornati sui confini del '67), cerco prodotti realizzati sul territorio Italiano. Cerco cioè di conservare al mio consumo un carattere etico, dove etico significa principalmente che voglio che nei prodotti sia contenuta una etica: il rispetto del lavoratore, il rispetto dell'ambiente, il rispetto della democrazia.

Certo, non è che sempre è possibile. Però pensate che bomba se tutti i cittadini democratici boicottassero i prodotti pubblicizzati dalle reti Finivest. Non è un inno al boicottaggio. Ognuno è libero di fare ciò che più gli aggrada. D'altronde l'abbiamo detto: il consumo è democratico.

Ps. Io amo la nutella e sono rimasto addolorato quando ho scoperto ciò

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categoria:cultura, filosofia, democrazia, consumo etico
venerdì, 02 maggio 2008

Gli ultimi secoli sono stati anche gentili oltre che duri; hanno lasciato in eredità, insieme ai molti dolori delle guerre e degli sfruttamenti dell'uomo sull'uomo, anche qualche strumento di liberazione. Uno di questi è sicuramente il Relativismo, la cui origine in realtà è molto più antica nella storia dell'uomo, ma questo lo lasciamo a chi ha voglia di approfondire. http://it.wikipedia.org/wiki/Relativismo

Per noi oggi l'importante è il concetto. Ciò che possiamo riportare in un blog. Io sono felice di sapere che i miei pensieri, come quelli del Papa, o del Presidente della Camera, non hanno un valore assoluto. Li si possono discutere, esaminare nel quadro del sistema di valori a cui fanno riferimento, e in questo senso valutarne la validità, o al contrario la nocività. Sono, cioè, relativi e non assoluti. Non capisco quindi perchè ciò dovrebbe essere un terribile pericolo per la società moderna. Bah!

Poi, astrandosi dalla piccolezza del mio pensiero ( e pure da quella del Papa o del Presidente della Camera) mi viene da pensare alla concezione del rapporto con la natura che l'uomo ha avuto negli ultimi secoli. Un rapporto tra dominatore (l'uomo) e dominata (la natura). Dove le ragioni dell'uomo sono state centrali, e la natura semplicemente non ha avuto ragioni. Un rapporto cioè dove l'uomo è il solo valore assoluto e la natura tutta si deve solo sottomettere a ciò. Quindi, disboschiamo perchè a noi servono le terre, usiamo diserbanti perchè a noi servono monoculture, usiamo pesticidi perchè gli insetti ci abbassano le rese, eccetera eccetera, e chissenefrega se disboscando poi soffocheremo di CO2, chissefrega se poi la terra a forza di diserbanti inaridisce, chissefrega se uccidendo gli insetti muoiono gli uccelli , i loro predatori, e a seguire noi.

Noi, si sa, abbiamo un bene supremo: noi stessi. Mica siamo relativisti. Mica ci frega di ciò che è intorno.

Ebbene signori, lo confesso, a me mi frega. Ma per davvero, non per scherzo. E quando dico per davvero dico che non accetto e non posso accettare di sentire una delle nostre alte istituzioni statali fare l'apologia dell'ignoranza come se ciò fosse cosa utile, e ancora di più non posso accettare il silenzio di chi lo circonda, alleati e finti oppositori. Un silenzio colpevole, da piccoli servi di corte. Incapaci di vera creatività culturale ( e in verità non ne servirebbe poi molta).

Il relativismo è la nostra vera risorsa culturale. Dobbiamo essere coscienti della caducità dei nostri concetti. Ma non per annullarli e annullarci. Solo per poter valutare il concetto degli altri. Poi, i nostri concetti, i nostri pensieri, hanno punti di contatto con i pensieri dell'altro: sono entrambi pensieri di uomini. E questo è il vero assoluto da tenere in considerazione: l'uomo. Noi uomini possiamo creare valori, noi li possiamo cambiare affinchè siamo buoni per tutti, o almeno per i più.

Mi dispiace quindi per Lor Signori, ma io sono e resto un fautore del relativismo culturale, contro ogni assolutismo, contro ogni fondamentalismo, e scusate se, come dice il poeta (Guccini), "... non mi unisco a questa schiera, morrò pecora nera" (forse rossa).

 

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categoria:politica, filosofia, relativismo, democrazia
mercoledì, 23 aprile 2008

Tra le varie cose che cerco di fare per tenermi vivo, c'è  (o meglio c'era) una collaborazione con la rivista online Il Pendolo, terminata proprio ora per i motivi che a  seguire  andrò a illustrare per portarli al pubblico dibattito del mio blog.

Dunque, dicevo della mia ex collaborazione con Il Pendolo. Durante questo rapporto ho recensito vari testi: romanzi, resoconti di viaggi, libri di storia, biografie. Testi tra loro diversi, il cui filo d'unione, oltre la mia persona e i miei personali interessi, è nell'aver cercare di offrire al mio lettore un percorso. Un percorso di conoscenza; conoscenza di sè, dei propri limiti, degli strumenti necessari per acquisirla, la conoscenza, la capacità di essere critici.

 Lo so, porsi il raggiungimento di questo obiettivo attraverso recensioni librarie è utopico, poco attinente alla realtà. Pure, cercare di costruire questo filo è necessario per il mio agire. Per dargli un senso più autentico, compiuto. Qualcosa che vada al di la della mia stessa capacità di scrivere, naturalmente sempre del tutto discutibile (e certamente perfettibile).

In questo anno (più o meno) di recensioni, sono partito dalla biografia di Motissier, grande viaggiatore sia del mare, ma anche dell'anima, passando poi per Verne, utile pietra miliare del percorso di sviluppo della nostra società. Bloch e la sua "Apologia della storia" rappresentano - a mio modo di vedere - lo strumento indispensabile per guardare alla realtà riuscendo a discernere almeno alcuni dei suoi significati. Benjamin e le sue esperienze con le droghe sono un filo di conoscenza da provare a tenere per mano,  come lo scritto licenzioso di Diderot, la cui carica erotica è solo l'utile maschera della critica all'oppressione del potere.

Insomma, in questo mio immaginario percorso tra storia filosofia romanzo e saggio, sono arrivato ad un altro illustre protagonista degli ultimi quarant'anni : Herbert Marcuse e il suo "L'Uomo a una dimensione".

Un'opera datata, eppure evidentemente ancora carica di molta, molta, molta forza eversiva. In questo mio percorso di conoscenza riportata,  "L'Uomo a una dimensione" è un altro utile strumento; una chiave di lettura -  non più eversiva perchè superata dalla stessa realtà - ancora efficace per rendere significanti alcuni degli invisibili malesseri che gli uomini del nostro tempo vivono senza afferrarne mai l'origine.

Bene, anzi male. Su Marcuse mi sono scontrato con uno strano muro di gomma redazionale. Dopo aver modificato e riscritto due volte (forse tre ma non ricordo) l'articolo non sono riuscito comunque a pubblicarlo. Prendo atto che il problema è di altro genere, e secondo me politico. Se ciò non fosse solo ridicolo, purtroppo, accadendo in una rivista di un circolo letterario il tutto diviene anche tragico. Ne prendo dolorosamente atto, voglio e preferisco credere che semplicemente non è piaciuto il mio insufficiente stile di scrittura. Nel dubbio comunque non posso che volontariamente interrompere ogni mia collaborazione con detta rivista e riportare con le parole di un filosofo molto, ma molto lontano da me (Giovanni Gentile) uno dei grandi significati che lo strumento della discussione filosofica porta con se " ... La filosofia, è essenzialmente libertà; e la libertà, in generale, insieme cò i suoi beni inestimabili porta pur seco gravi pericoli ..."

Io, preferisco i pericoli della libertà, comunque.

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L'UOMO A UNA DIMENSIONE di HERBERT MARCUSE

“Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico”. Con queste parole si apre uno dei testi costitutivi dell’apparato ideologico che ha sostenuto e alimentato il movimento mondiale di protesta del ’68, e tutti i seguenti. Rileggerlo oggi, a quarantaquattro anni dalla prima edizione, è particolarmente istruttivo: se da un lato in esso si ritrovano linguaggi e analisi che nella attuale società postindustriale segnano il passo, dall’altro – con dolore –si deve riconoscere come molto dell’ipotizzato sia  ormai diventato la oggettiva realtà quotidiana. La società in cui il controllo delle masse è affidato alla tecnologia e ai media, dove i consumi sono dettati da “bisogni sociali indotti”; questa società allora solo abbozzata, oggi purtroppo è la nostra: marketing, automazione industriale e nuove tecnologie ne sono gli strumenti. Herbert Marcuse, nato nel 1898 a Berlino e formatosi a Freiburg sotto la guida di Husserl e di Heidegger, fu uno degli elementi più rappresentativi della “Scuola di Francoforte”, che fece della critica della società presente il fulcro del proprio pensiero. Il senso di un riesame del testo oggi, non risiede più nelle conclusioni politiche (molto si potrebbe dire criticamente adesso sui concetti allora espressi di “classe”, di “coscienza di classe”, di “rivoluzione”), mentre
rimane immutata la capacità del volume nel disvelare al lettore i meccanismi con cui le società tecnologiche (oggi diventate avanzate) possono “unidimensionarci”sino a toglierci ogni carattere originale. Nel terzo millennio, ed è questa la vera novità, disvelati i meccanismi possiamo passare oltre, e con la forza della tecnologia stessa (ora contemporaneamente carnefice e liberatrice) tentare di riappropriarci della nostra umana multidimensionalità.
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postato da: Faberjack alle ore 22:13 | Permalink | commenti
categoria:cultura, politica, filosofia, democrazia, marcuse