venerdì, 29 maggio 2009

Mentre continua a tenere banco la telenovela "Noemi e il Cavaliere",  - Meno male qualcuno si è indignato. Fosse anche tutto un calcolo preelettorale, meglio di niente - sono invece passate in secondo piano le altre grandi vittime dell'accadimento: le "veline". Quelle belle ragazzotte di buona salute e grandi speranze, quasi candidate alle elezioni europee, la cui splendida carriera politica è stata interrotta dagli improperi della signora Veronica.

Meno male, diranno in molti. Meno male? Dirò io. Però con il punto di domanda. Perchè credo che quanto accaduto debba sollecitare una domanda (o più domande) in noi  e a seguire delle inevitabili riflessioni sull'argomento: come può accadere che essere una bella ragazza e interpretare "Eliva di Rivombrosa" o partecipare al "Grande Fratello" diventino titolo di merito per la candidatura politica? 

Gira in questi giorni per il web un bel documentario dal titolo IL CORPO DELLE DONNE che fornisce in parte una risposta , almeno laddove evidenzia la quasi totale mercificazione dell'immagine mediatica del corpo femminile e laddove evidenzia come questo stesso corpo assuma, sempre mediaticamente ma anche materialmente, forme sempre più innaturali. Chi vuole approfondire veda il documentario, ne vale la pena.

Io però, sono un uomo. E posso e devo parlare con gli occhi e la mente di ciò che sono e chiedermi la mia parte in tutto questo.  E' vero, confesso, rispetto a una coscia lunga, un sedere tondo, un seno pieno, la mia reazione naturale è di grande interesse e concentrazione sugli argomenti esposti. Che ce posso fà? E' il testosterone che - per fortuna - anche ai miei 46 anni continua  a circolare per l'organismo.

Sono quindi colpevole? O forse sono vittima? Direi tutti e due. Sono vittima laddove chi conosce le reazioni del mio istinto le sfrutta per i suoi interessi; sarei colpevole laddove accettassi acriticamente le tesi esposte (e che siano esposte non c'è dubbio.) Ho usato il condizionale perche, personalmente, non accetto acriticamente le tesi esposte ( nonostante il testosterone faccia il suo lavoro).

Dalla mia posizione di vittima, "colpevole" di essere uomo credo che sia una aberrazione l'ostentazione continua della bellezza femminile associata ad ogni tipo di prodotto, dalle colle, ai pneumatici, alle creme, alle case, ai viaggi, e da ultimo alla politica, ridotta anch'essa a prodotto.

Quando ero ragazzo e partecipavo ai cortei di protesta, ricordo che, tra i vari spezzoni di cortei, ognuno organizzato politicamente (qualcuno anche militarmente), c'era lo spezzone femminista. Mi preoccupava, mi inquietava anche. D'accordo, ero adolescente allora e la donna mi faceva paura in se, come soggetto ancora sconosciuto. Ma mi inquietava la loro diversità, alterità, e sopratutto impenetrabiltà ideale. Tra l'altro, essendo stagione di lotte, la mia ragione non poteva non riconoscere il fatto che le loro rivendicazioni fossero in larga parte nel giusto.

Ecco, quello che io oggi vedo come assenti, non sono tanto i diritti delle donne. Molto ancora c'è da fare, ma i costumi e gli usi da trent'anni a questa parte sono veramente molto cambiati. Tanto di quello che allora era oggetto di rivendicazione, ora è uso comune. Le mie figlie non devono discutere per avere la loro libertà, è un dato acquisito. Non è questo che è assente. Ciò che manca è l'mpenetrabilità, l'esclusività del pensiero femminile. Quello che non c'è è il pensiero interamente e solamente femminile impegnato nella costruzione della propria identità personale e sopratutto sociale.

Oggi quel pensiero è assente, e cosa ancora più sconvolgente, (almeno a me sembra) il pensiero femminile attuale ha assunto i caratteri del pensiero maschile.  Il pensiero femminile è cioè diventato simile al maschile. Con questo non voglio assolutamente annunciare dolori e tristezze per il ricordo delle donne angelo del focolare! Tutt'altro. A me colpisce invece una donna che, per esempio nei confronti del bello estetico femminile, abbia in tutto e per tutto il mio stesso occhio.

Colpisce altresì dover constatare che in campo lavorativo si debba fare i conti con donne che hanno introiettato intimamente lo stesso carattere predatorio maschile, abdicando totalmente a quelle che invece sono le capacità più complesse proprie delle donne, capaci per istinto, di conciliare spirito materno e sensualità, per esempio o di coordinare le loro vite di mogli con quelle di lavoratrici.

Ma, allora? Come deve porsi un uomo di fronte a una società che gli offre, o donne proprio come la sua più perversa fantasia le vorrebbe, o al contrario come fossero proprio uomini anch'esse?

Sinceramente non  lo so, e mi piacerebbe veramente avere una platea ( di uomini prima che di donne) con cui discuterne per elaborarne un pensiero socialmente compiuto. Nel frattempo, nel mio piccolo, penso che l'uomo ha alcune (non molte ) cose rivendicabili come originalmente sue e altre sempre originalmente sue da esercitare però come i tempi richiedono. 

Uno è il senso di paternità, e me lo rivendico tutto. Credo che un uomo nei suoi rapporti con l'altro sesso debba esercitare ciò che la natura gli ha dato: la capacità di offrire protezione. Nel metro naturalmente che questa società dà, ma senza rinunciarci. Cioè senza intaccare la libertà altrui (femminile di oggi), ma offrendo la naturale protezione dell'uomo quando questa è necessaria e naturale. Per fare degli esempi pratici: accompagnare a casa l'amica-amante-moglie-etc; pagargli la cena-pranzo-mostra-aperitivo-etc quando si è insieme (che non significa non accettare il contraccambio, ma cercare però in questo senso di accudire); cercare di risolvere piccoli problemi pratici della vita quotidiana, quali fare un biglietto del treno-cambiare una presa-prenotare al ristorante-parcheggiare-etc (che non significa non sapere che lei può tranquillamente farlo da sola, semplicemente - magari non sempre - cercare di sostenere l'altra); offrire la propria solidarietà nelle scelte dell'altra, facendo da contraltare, ma con una criticità morbida, non competitiva, ma costruttiva, così appunto come farebbe un padre.

Accanto alla paternità, di cui ho detto, un'altra delle cose rivendicabili come originale dell'uomo è la specifica capacità di amare la donna, intendo con questo la capacità di penetrare proprio in senso fisico la donna. La natura ci ha fatto così è così sia.  Questo originale capacità fisica oggi si scontra con un immaginario di donna che - lo abbiamo detto poc'anzi - o è disegnato da Manara, o sembra uscito or orora da un consiglio di amministrazione ( estremizzo per sintetizzare). Ciò, per fortuna, non toglie in genere all'uomo la voglia di "penetrare". Solo, io credo, che la situazione imponga uno sforzo ulteriore a noi uomini: lo sforzo di distinguere sempre e nettamente i piani di incontro con il genere femminile.  Credo cioè sia necessario per l'uomo d'oggi tenere ben presente che - per esempio - la splendida donna nuda che ha nel letto e con cui sta esercitando lo specifico compito che la natura gli ha donato, li in quel letto è si la più lasciva e dolce delle compagne di letto, ma fuori di li potrebbe anche essere il suo capo ufficio, e il fatto di aver goduto di ogni suo "favore", non gli dona proprio alcun potere "possessorio o proprietario" su di lei. Se non un giusto e naturale senso di "paternità" di cui abbiamo detto prima.

Che c'entra tutto questo con le veline, direte voi?

C'entra. Perchè è l'idea che ci facciamo dei nostri rapporti con l'altro/a che disegna la realtà, e disegnandoci originalmente la realtà come la vogliamo, che  togliamo spazio a chi vorrebbe imporcela disegnandocela a suo proprio uso consumo e beneficio.

postato da: Faberjack alle ore 05:50 | Permalink | commenti (2)
categoria:donne, filosofia, femminismo, democrazia, veline
venerdì, 15 febbraio 2008

Molti anni fa, quando ero ragazzo, la mia ragazza di allora - ero un giovine universitario - mi raccontò di come, con uno dei suoi ragazzi precedenti, era rimasta incinta e come poi aveva dovuto abortire. Quando me lo raccontò eravamo molto giovani, non più di venti anni io, diciannove lei. Mi ricordo le sue lacrime quando lo raccontava. Mi descrisse il dolore, il vuoto che la colse dopo averlo fatto. Non era certo stata una scelta facile. Obbligata. Era stata una scelta obbligata: per la sua vita di studentessa che iniziava allora, per la famiglia che non avrebbe mai capito e che l'avrebbe obbligata a scelte di vita non volute.  Nel corso del tempo mi è capitato poi di stare vicino ad una persone amica che ha affrontato anche lei questa esperienza.  - Chi ha per amiche principalmente donne, ne vive poi anche i drammi, capita. - Ambedue le volte ho potuto osservare il feroce dolore che seguiva alla scelta, il senso di perdita che può sentire solo una donna in quella occasione, le crisi nei rapporti di coppia.

Io non sapevo allora e non so ora se quelle scelte furono giuste o sbagliate. Ognuno assume su di se la responsabilità dei propri atti e ne porta il peso. Certo è che fu legittima,  rimane legittima e deve rimanere legittima la possibilità per la donna di determinare la scelta, o la non scelta, di essere madre. Credo che tale diritto nella nostra società non deve neanche essere più discusso, e mi si sommuove lo stomaco quando sento alzare da strani pulpiti, voci certe di avere in mano la verità rivelata, di sapere sempre qual'è la decisione giusta. Di saperla così bene da non aver bisogno di discuterla con le dirette interessate. Loro sanno, Lei no. In definitiva loro sono, la donna no.

Speculare su scelte di questo tipo, così dolorose per le persone, al puro e semplice scopo di lucrare un capitale politico elettorale, mi sembra più che vergognoso: semplicemente indegno di quella che ancora ottimisticamente ci ostiniamo a chiamare civiltà. Dovremmo ringraziarci e complimentarci tra noi per l'esistenza della legge 194, che è riuscita a sconfiggere per la gran parte quella piaga che era l'aborto clandestino e che in Italia nel corso del tempo ha lasciato dietro di se una lunga scia di sangue e morte. Questi strani figuri, speculatori della verità rivelava, sembra abbiamo dimenticato - o forse hanno sempre fatto finta di non saperlo - quando, ed era il migliore dei casi, le donne si autoorganizzavano per poter abortire in sicurezza altrimenti erano costrette alle mammane, alle cliniche compiacenti, all'espatrio.  

Però una cosa positiva sono riusciti a farla: a riportare nelle piazze le donne, costrette a difendere in prima persona il proprio diritto all'autodeterminazione. Voi direte: e cosa c'è di così positivo in quella che è stata una scelta di costrizione dettata dagli eventi? C'è, c'è. L'acquisizione della coscienza di se, (una volta coscienza di classe) in qualsiasi modo avvenga, è positiva; e vedere in piazza quelle donne di tutte le età veramente incazzate, decise a non far passare come niente fosse l'ennesimo attacco, l'ennesima offesa, bè, mi ha dato molta fiducia nel futuro.

Quando ero un ragazzino mi inquietavano i cortei femminili, con quei cori, quei gesti. Ora non più. Le streghe oggi mi sono simpatiche, sicuramente più di alcune sante.

postato da: Faberjack alle ore 22:07 | Permalink | commenti (6)
categoria:politica, donne, femminismo
domenica, 06 gennaio 2008

 ZUPPA ATTICA  di Fabrizio Rasori

Socrate è sdraiato su un pagliericcio, forse dorme. Santippe entra in scena lentamente, con due grandi cesti in mano, da uno sporgono verdure e del pesce, dall’altra piatti e pentole di coccio.

Santippe si ferma al centro della scena, scuote la testa:

SANTIPPE: Guardalo! Garda come se la dorme. Il filosofo! (Appoggia pesantemente i cesti sul tavolo)

SANTIPPE: Socrate! Socrate! Ma come puoi dormire il tuo ultimo giorno di vita! E già! ma tanto! Cosa importa a lui della famiglia! Di chi rimane! Noi dobbiamo tenere il punto, dobbiamo! Noi beviamo la cicuta, noi! Noi siamo filosofi, noi!! Socrate! Sveglia!

SOCRATE: (Socrate si sveglia, e la guarda) Santippe, moglie mia, sei qui. Ho avuto un incubo. Ho creduto di sognare le tue grida; (pausa) ora che ti vedo so che non era un sogno.

SANTIPPE: (Si allontana da lui ) Mi hai chiamato tu, no? O ne sei già pentito? Preferiresti forse Alcibiade? Come ieri, quando mi mandaste via per rimanere soli, non è vero forse?

SOCRATE: (Socrate si è seduto e si è stropicciato gli occhi; la guarda) Ma devi sempre gridare? Non hai modo di regolarla quella tua voce? Solo per oggi, ti prego. Comunque stai tranquilla, oggi, Alcibiade non verrà.

SANTIPPE: Lo hai licenziato infine?

SOCRATE: Ti ho detto che oggi non verrà; accontentati di questo.

SANTIPPE: (Sospira, si riavvicina alla cucina e alle ceste) Ho portato quello che hai chiesto: Sauro appena pescato ( mostra il pesce), finocchio dell’attica, noci del pireo, mosto di Delfi; tutto l’occorrente per la zuppa attica. E anche del vino della Tessaglia (mostra la brocca). Vedrai, (sorride) questo pranzo te lo ricorderai per il resto della tua vita.

SOCRATE: Di questo non v’è dubbio.

SANTIPPE: (Diventa seria; ripoggia la brocca) Che stolta sono. Parlo e non penso a ciò che dico. E’ domani. E’ domani che… non… non… ( smette di parlare cercando di trattenere le lacrime)

SOCRATE: (Socrate sorride, seppure con il mento serrato) Donna! E cosa fai, piangi? (si alza, va verso di lei, le tocca il viso) Non fare così. Allora devo finire i miei giorni rimpiangendo tutte le tue critiche? Restami cattiva almeno tu! Così mi sarai cara almeno quanto la tua zuppa!

SANTIPPE: (Si allontana da lui) Non ti smentisci mai! Domani ti aspetta altro che le mie parole, e ancora oggi per te valgo una zuppa!

SOCRATE: Ti sembra poco il valore di una zuppa da offenderti il paragone? (si avvicina alle ceste). Pensa al gusto leggero del finocchio ( glielo mostra) che, a poco a poco, (rimette giù il finocchio) nel lento ribollire della pentola si lega all’acre sapore del mosto di Delfi, (lo mostra e lo ripoggia) convincendolo infine di essere nati per stare insieme. Non trovi sublime questa volontà d’unione dei diversi? E il sauro, (lo mostra) che coperto d’erbe e ripieno delle noci, piano scioglie le sue carni nel brodo chiaro lasciando spine al suo passaggio, che dovranno poi esser evitate con attenzione. Non ti sembra il viaggio dell’amore che si scioglie negli abbracci meravigliosi e tante spine porta poi con sé? Mi guardi stupita. Ti sembra ancora poco il valore di una zuppa?

SANTIPPE: No, non è questo. Sono stupita che rivolgi a me le tue frasi migliori. Sino a ieri ero ti schernivi di me con i tuoi amici, e tutta Atene rideva delle tue parole, e oggi…

SOCRATE: Vieni qui, avvicinati. Prepariamo insieme questo ultimo piatto. Ti devo parlare.

SANTIPPE: (sorpresa) Vuoi cucinare con me?

SOCRATE: (sbuffando) Va bene! Non cucinerò. Ma avvicinati, discutiamo.

SANTIPPE: (Si avvicina, inizia a sistemare le cose che ha portato: La pentola sul focolare, la brocca sul tavolo, le verdure sul tagliere.) Lamprocle tuo figlio ha chiesto di te, mi ha detto che verrà domani e ti chiede di ripensarci.

SOCRATE: lascialo dire, è solo un ragazzo

SANTIPPE: Mi ha chiesto di convincerti a cambiare idea. Io, io che riesco a farti cambiar proposito! Che follia. Veramente l’idea di un ragazzo!

(Mentre parlano Socrate è vicino a lei, ora a destra se lei si sposta a destra, ora a sinistra se lei si sposta a sinistra. Questo movimento fa si che i due siano sempre di impiccio all’altro durante tutto il colloquio)

SANTIPPE: Per Demetra fermati! Mettiti seduto, mi stai facendo girare la testa!

SOCRATE: (Sospirando si mette seduto) Scusami, la serenità non è dell’oggi. Domani. Domani sarà tutto più chiaro. Ti devo parlare Santippe. So che tra noi ci sono state spesso parole non facili…

SANTIPPE: (annuisce continuando a preparare la zuppa)

SOCRATE: … riconoscerai che mai ti ho discusso come madre dei miei figli, come custode della nostra casa comune.

SANTIPPE: (accondiscende ma sempre un po’ sulle sue) Questo non ti ha certo mai impedito niente!

SOCRATE: Vuoi forse dire che io non mi comporti da buon ateniese?

SANTIPPE: (Alterandosi leggermente) Non provare a fare i tuoi giochetti da maestro! Stai parlando con me, e i tuoi torti sono con me, non con Atene!

SOCRATE: (Attimo di silenzio. Abbassa la testa come colto in fallo) Hai ragione, scusami. Non c’è tempo per il passato. Devo dirti cose importanti e il giorno è così breve. Fossi stato come Ippia di elide o Prodico di Ceo, avidi insegnanti di virtù e conoscenze, ti lascerei ricca di danari. Così non è stato, e solo le mie parole posso lasciarti. Una debole eredità.

SANTIPPE: (Mettendosi seduta e leggermente ironica) Mostrami allora la tua debole eredità

SOCRATE: Ma… la zuppa?

SANTIPPE: Lasciamola cuocere.

SOCRATE: (è dubbioso se iniziare a parlare) Io dissi donna, che è saggio chi sa di non sapere. Ora donna, ti spiegherò l’arcano affinché ti sia di giovamento.

SANTIPPE: (sbuffa, si alza e torna a girare la zuppa. Si gira) Tu! Tu vuoi spiegare a me come è saggio chi sa di non sapere? Hai forse dimenticato che sono una donna?

SOCRATE: Per questo ora ti parlo!

SANTIPPE: Tu non vuoi intendere! Hai forse visto in Atene mogli dotte a seguir le tue parole o quelle dei tuoi pari?

SOCRATE: Certo no! Sei tu che non mi intendi! E’ per questo che ti lascio le mie parole!

SANTIPPE: (si rimette seduta accanto a lui) Socrate caro (accondiscendente); è forse falso che le donne in Atene non ricevono insegnamenti?

SOCRATE: no

SANTIPPE: E’ forse falso che mai migliore consigliera ha l’uomo che la donna amata?

 

SOCRATE: no

SANTIPPE: e come può colei che nulla sa delle cose degli uomini aver in sé il miglior consiglio?

SOCRATE: (La guarda sperduto)

SANTIPPE: forse che essa sa di non sapere, perché a ciò è costretta, e di questo fa scuola di saggezza? (si alza e torna a girare la zuppa)

SOCRATE: (La segue con lo sguardo, poi abbassa la testa pensieroso) Invero il tuo pensiero lascia il segno. Di queste mia parole forse non hai bisogno. Ragioneremo allora della virtù. Di come la si apprende e la persegue sì per esser sempre migliore; Fare il buono e allontanare il male.

SANTIPPE: (assaggia la zuppa, aggiunge un pezzo di finocchio) E spiegami allora cos’è questa virtù che sempre ho pensato di aver le idee confuse sull’argomento, e sempre da te avrei voluto chiarimento, se ci fossi stato. Se non fossi stato occupato a praticare il buono nel quartiere dei ceramisti, lì dove i lupanare sono più delle botteghe. Dove la virtù non costa più di una moneta.

 

SOCRATE: Mi torni sempre agli stessi discorsi! Perché di essere un uomo mi fai colpa?

SANTIPPE: Preferiresti la pietà per il tuo essere uomo?

SOCRATE: Basta! Torniamo a discettare di virtù

SANTIPPE: Si, torniamo alla tua virtù, è meglio! (ironica)

SOCRATE: (sospira) Io ebbi a dire che la virtù non è frutto di scienza né di natura, e la giusta opinione, se un uomo l’ha, egli l’ha per divin fato. Ora, seppur io dissi questo, pure di una donna si intende che la sua virtù e in governar bene la casa, ed esser massaia, e ubbidiente al marito.

SANTIPPE: (si alza di nuovo e va alla pentola a girare la zuppa) E questa è tutta la virtù che mi vuoi lasciare?

SOCRATE: E’ vero, è solo uno spicchio di virtù, ma quando non ci sarò più, se vorrai tornare sposa onorata con un nuovo marito, queste sono le virtù che dovrai mostrare.

SANTIPPE: Che pensiero profondo, da un maestro come te non mi aspettavo meno. Pensa, che come umile sposa, ignorante quale sono, mi ero fatta una idea diversa della tua arte.

SOCRATE: Donna, questa è la più difficile delle mie discussioni.

SANTIPPE: (torna vicino a lui e gli siede accanto) Supponiamo che io sia Menone, o Fedone, e sia qui a porti una quesito.

SOCRATE: Quale quesito?

SANTIPPE: Può un uomo d’Atene esser rinchiuso nel retro della casa per tutta la vita, costretto a non incontrar che poche genti, aver negati quasi tutti i riti, amare chi lo tradisce con schiavi e concubini. Può un uomo così trattato mantenersi retto e giusto e perseguire solo il bene?

SOCRATE: Che quesito è questo. Nessun uomo d’Atene è così trattato!

SANTIPPE: Ben lo so! Nessun uomo d’Atene è trattato così. (ironica) Rispondi allora.

SOCRATE: Per rimanere retto e giusto davvero forte dovrebbe essere la sua anima. Capace di vedere il bene anche li dove è solo lo scuro della sopraffazione.

SANTIPPE: Diresti quindi che quest’uomo è forte di virtù. Di quella virtù frutto del divin fato di cui hai tanto parlato.

SOCRATE: Si, lo direi.

SANTIPPE: (si rialza e va verso la pentola. Ne assaggia il contenuto. E’ soddisfatta del sapore) Allora vedi mio caro, ti ringrazio della tua virtù, ma posso accontentarmi della mia.

SOCRATE: (Socrate vorrebbe controbattere. Apre la bocca come per parlare, poi ci rinuncia.)

Santippe prende due scodelle e le pone sulla tavola apparecchiando. Prende la pentola e versa la zuppa nei piatti

SOCRATE: Ancora una volta i tuoi pensieri non hanno bisogno delle mie parole. (sospira) Dovrei essere felice della forza del tuo sentire, eppure…

SANTIPPE: La zuppa è pronta. Assaggia.

SOCRATE: …eppure avrei preferito almeno lasciarti parole, se non monete; e neanche questo sono riuscito a fare!

SANTIPPE: (sbuffando) Assaggia la mia zuppa e dimmi se ti piace!

SOCRATE: (La guarda un attimo, poi prende un cucchiaio e assaggia. Chiude gli occhi, assapora) Delizia degli dei. La tua zuppa attica rimane insuperabile.

SANTIPPE: (Sorride) Su questo siamo d’accordo. (si siede anche lei. Inizia a mangiarne)

Socrate e Santippe si guardano. Lei gli prende la mano

SANTIPPE: Socrate caro, davvero pensi che io voglia queste tue parole come ricordo? Io voglio te. Scegliamo l’esilio, scappiamo da Atene. Lo possiamo fare. Platone, Alcibiade… Tutti! Tutti ci aiuteranno. Tutti è pronto per la fuga.

SOCRATE: (ritira la mano) Mai! Cosa mi chiedi. Non posso e non voglio venire meno alla mia decisione!

SANTIPPE: (Si alza) Stolto! Stolto eri e stolto rimarrai! Tu e i tuoi folli insegnamenti che ti daranno la morte!

Sono entrambi voltati a evitare di guardarsi. Poi Santippe si gira, lo guarda, ne ha pena e dolore. Si risiede. Riprende in mano il cucchiaio

SANTIPPE: Dai, mangiamo che la zuppa si fredda, e lo sai che poi non ti aggrada.

Socrate si gira piano, incerto, poi riprende il cucchiaio e continua a mangiare.

SANTIPPE: Scusa questa tua moglie che ha parlato ancora una volta con la voce dell’amore. Non mi importa della tua filosofia, delle tue virtù e dei tuoi peccati. Serberò con me solo i tuoi sorrisi, il colore dei tuoi occhi in quelli di nostro figlio;

SANTIPPE: E i nostri litigi.

 

Socrate la guarda, accenna un sorriso

SOCRATE: Atene sarà triste senza le nostre grida.

SANTIPPE: Io lo sarò di più. ( Si tengono la mano in silenzio).

FINE

SIPARIO

Nota: Questo "quadro teatrale" è stato scritto per essere inserito in un lavoro a più mani dal titolo " zuppa d'autore" che il circolo Bel amì ( www.bellami.it) metterà in scena tra maggio e giugno a Roma. Purtroppo l'argomento del quadro non corrispondeva allo spirito dell'opera nel suo complesso, quindi per quella occasione verrà rappresentato, tra gli altri, un mio  "quadro" più ironico, che pubblicherò più avanti. Però mi andava di pubblicare anche questo e allora eccolo qui. Accetto critiche.

Tutti i diritti riservati.


 



postato da: Faberjack alle ore 18:16 | Permalink | commenti (2)
categoria:cultura, donne, teatro, femminismo, socrate, santippe
domenica, 02 dicembre 2007
 Donna prigioniera - A Ingrid Betancourt.


Fragile spirito

prigioniero

del tempo negato

e della ragione

di stato.

Testimone silente,

opera divina

di natura umana

e sentimento

di donna.


Misero è il mondo

delle distanti lacrime,

misero è l'uomo

delle ragioni inutili.

Misero è il tempo nostro

che sordo resta

al grido tuo.


Donna,

non piangere ora.

Abbraccia forte ancora

il mondo tuo

i ricordi, gli affetti

e la speranza

dei giorni migliori.

Noi siamo lì

come figli, amici

e mariti lontani.

Noi siamo lì

e canteremo insieme

e grideremo ancora

e rideremo forte.

Noi siamo li.

Non piangere ora.

 

postato da: Faberjack alle ore 12:44 | Permalink | commenti
categoria:cultura, donne, femminismo, betancourt
lunedì, 19 novembre 2007

Tra i temi che la mia micronica casa editrice toccherà, ci sarà, in maniera importante, il tema della parità tra i sessi. E' qualcosa su cui ho molto riflettuto nella mia vita. Direi dall'adolescenza in poi.  Credo, nei confronti della donna di essere passato per ogni sentimento: da una adolescenza che potrei definire - senza tema di smentita - stilnovista, ad una giovinezza più sessual materialista, il tutto passando per una educazione maschilista e un sentire politico paritario, arrivando ad un amore maturo per una ex femminista, nonchè coronando il tutto con la paternità di due donne (19 e 15 anni oggi).

Cosa ne ho tratto da tutto ciò?  Un grande amore per i fianchi tondi, ma soprattutto la consapevolezza che la reale parità tra uomo e donna viene solo sottoponendo a feroce critica la cultura maschile degli ultimi duemila, duemilacinquecento anni.

Cercando però nel contempo di rimanere uomo. Mantenendo cioè quelle caratteristiche che fanno di un uomo un amante, un padre, un fratello, a volte un marito. Anche un amico, ma questo è un discorso più articolato.

Però, nella mia specificità di uomo, che si sente uomo a 360 gradi, credo sia giusto lavorare per rappresentare il mondo femminile nella sua interezza sostenendone i contenuti culturali, anche quelli più particolaristi e lontani da me. Anche quelli più antipatici.  Ma non favorendoli, perchè un uomo rimane e deve rimanere uomo. Semplicemente però - dovendo le donne recuperare millenni di soprusi - dando all'altra parte del cielo la possibilità di esprimere quello che è, per vedere dove va, dove arriva. 

Per quello che posso, naturalmente.

postato da: Faberjack alle ore 19:07 | Permalink | commenti
categoria:cultura, donne, editoria, femminismo