La scomparsa del Ponente
L’estate si stava rivelando meravigliosa, nonostante Paolo avesse temuto veramente il peggio: i genitori a lavorare e lui in città da solo, tutti gli amici in vacanza. Invece il nonno gli aveva fatto una sorpresa: “vuoi diventare un vero marinaio e imparare come si va in barca a vela?”
C’era bisogno di chiederlo? “Si!” aveva risposto subito. Così, quasi ogni giorno, con il piccolo Peter Pan, così si chiamava la barca del nonno, si usciva in mare a “giocare con il vento”, come diceva lui.
Era bellissimo. Tutto era bellissimo e nuovo. Con il nonno, Paolo aveva scoperto posti di cui non sospettava l’esistenza. La barca era ancorata nel grande fiume di Roma, il Tevere. C’era una piccola isola nel fiume, poco prima di arrivare al mare, e il Peter Pan era lì ogni giorno ad attenderli, ondeggiando lentamente nel moto placido del fiume. Paolo non aveva mai sospettato che il fiume potesse essere così bello e affascinante, eppure lo vedeva ogni giorno andando a scuola, ma senza notarlo veramente. Così lontano, così solo, era come se non ci fosse realmente, come se non servisse a nulla.
Invece aveva scoperto che era come una giungla selvaggia e misteriosa, abitata da tanti animali, con piante e fiori dal profumo penetrante. Aveva visto orchidee, cormorani, anatre, piante sconosciute e dei lunghi pesci chiari che saltavano nell’acqua vicino la riva, riflettendo i raggi del sole. Il nonno li aveva chiamati cefali. Nella piccola isola in mezzo al fiume poi abitava una strana comunità di animali. Paolo l’aveva scoperta un pomeriggio che non si era potuti uscire in barca per via del mare mosso.
Mentre si aggirava per l’isolotto, curiosando tra pezzi di timone e vecchie barche in disuso, aveva sentito un chiacchiericcio provenire dalle canne che lì crescevano alte e robuste. Erano due o tre voci che discutevano. La prima aveva un tono basso, rauco. “Lo dobbiamo trovare presto” diceva la voce, “il vento dice ormai non ci riesce quasi più, finirà per scomparire”.
Gli aveva risposto una voce più leggera, quasi canterina: “ Lo so lo so, ma la profezia non è chiara: siamo noi che dobbiamo trovare lui, o è lui che deve trovare noi? Io non riesco a capirlo.”
Intervenne una terza voce quasi squittente, dal forte accento straniero: “Parole, parole, parole! Sangre y muerte! Sono venuto dall’Argentina per perdere tempo con voi. Iniziamo a cercare intanto!”
Paolo decise di scoprire chi era a parlare, e lentamente, senza fare rumore, si spostò tra le canne per cercare di vedere qualcosa, ma non vide nessuna persona.
Intravide tra l’erba alta solo un grosso gatto tigrato, un’anatra e un enorme topo con due lunghi denti gialli che gli sporgevano dalla bocca, ritto sulle zampe posteriori. Per un attimo gli sembrò che fossero stati loro a parlare, parevano infatti in riunione, seduti come erano in cerchio intorno ad una grande pietra quadrata coperta di erbacce. Ma no, non potevano essere stati loro. Probabilmente fece rumore, perchè gli animali si accorsero di lui e subito il grosso topo e l’anatra si allontanarono tra le canne verso il fiume, dove li sentì scendere in acqua. Il gatto invece lo guardò curioso, si avvicinò in silenzio strusciandosi poi alle sue gambe. Paolo lo carezzo dolcemente, grattandogli la testa tra le orecchie. Il gatto gradì, perché cominciò a fargli le fusa.
“Se non fosse impossibile, direi che eravate voi a parlare” gli mormorò pensoso continuando ad accarezzarlo. A quelle parole il gatto smise per un attimo di fare le fusa guardandolo negli occhi, poi però abbassò lo sguardo riprendendo il suo sordo brontolio di soddisfazione.
D’un tratto, tra l’erba apparve il nonno: “Finalmente ti ho trovato. Mi stavo preoccupando.”
Il gatto, sentita la voce del nuovo arrivato, smise di fare le fusa e si allontanò velocemente scomparendo tra le erbe alte.
Il nonno sorrise “Vedo che hai conosciuto Nando”
“Così si chiama? Mi sembra un gatto simpatico.”
“Tu gli sei simpatico; in genere non si fa toccare da nessuno. In tanti anni non l’avevo mai visto farsi carezzare”.
Paolo preferì non raccontare al nonno quello che credeva di aver ascoltato.
“Nonno, ma su quest’isola ci sono dei topi grossi così? ” e fece un segno con le mani di almeno un metro.
“Non esistono topi così grandi.”
“Ma io l’ho visto.”
Il nonno ci pensò su un attimo: “Hai visto una Nutria. Sembra un grosso topo, ma non lo è; è un animale originario del Sud America, ma qui da noi si trova benissimo. Sull’isola ci sono, l’ho vista anch’io. Adesso però vieni, dobbiamo andare via che si è fatto tardi.”
“Ma domani torniamo vero? Voglio giocare ancora con il vento.”
“Certo. Vedrai che domani il mare sarà più calmo e potremo uscire in barca”.
L’indomani, Paolo e il nonno passarono la giornata in mare. Il tempo era splendido e il Peter Pan navigava veloce nel vento.
Paolo era diventato bravo a manovrare; quando il nonno diceva: “Pronti a virare!” lui prendeva la scotta in mano e aspettava che il Peter Pan passasse nel vento, poi velocemente tirava la vela cambiandogli posizione.
“Nonno” aveva chiesto una volta, “perché si chiama scotta e non corda?”
Il nonno aveva riso: “stringi bene la scotta e cerca di essere veloce, se no lo capirai subito perché si chiama così”; e infatti una volta che non era stato attento il vento aveva gonfiato la vela e la scotta gli era passata tra le mani così velocemente che… caspita se scottava!
Il nonno gli aveva insegnato a rientrare dopo il cambio del vento. Succedeva ogni pomeriggio. Dopo le due si alzava il vento di Ponente, e così potevano rientrare tranquillamente nel grande fiume.
Il nonno si preparava per tempo. “E’ quasi l’ora del ponente” cominciava a dire guardando l’orologio. “Tra poco ci siamo”. Poi guardava il mare, che da lontano cominciava piano a incresparsi, e allora diceva : “eccolo, arriva, è il vento di ponente. Pronti alla manovra! Pronti a strambare!”
Amava il vento di Ponente il nonno. Diceva che noi eravamo fortunati a sentirlo. Diceva che il Ponente era un vento famoso. Una volta consentiva alle navi di risalire il fiume, e manteneva fresca e salubre l’aria della città. Una volta. Perché adesso con tutti i palazzi, il ponentino arrivava con difficoltà in città, dove infatti faceva più caldo. “Ma qui al mare” concludeva felice “per fortuna nessuno lo può levare!”
Quel giorno, invece, anche se il nonno continuò a dire “ecco, è l’ora; manca poco; ci siamo; adesso arriva; e molte altre frasi così, del vento di ponente non ci fu proprio traccia. Per rientrare nel fiume fecero tante manovre, ma così tante manovre che infine il nonno, con dispiacere, dovette calare le vele e accendere il motore.
Anche il giorno dopo del ponente nessuna traccia, e il giorno dopo, e il giorno dopo ancora, e così per tutta la settimana. Il vento di ponente era scomparso. Svanito senza lasciare traccia.
La televisione ne parlò per giorni dicendo che il ponente era scomparso il tutto il mondo, che però che non era in fondo molto grave, e che comunque il progresso ci consentiva di resistere anche senza il vento fresco di Ponente: bastava comprarsi un condizionatore, e via dopo la pubblicità, guarda caso, proprio di un nuovo condizionatore.
Il nonno scuoteva triste la testa. Lui e i suoi amici del fiume passavano pomeriggi interi a discutere su quale poteva essere il motivo della scomparsa: “E’ l’effetto serra!” diceva uno “No, sono gli aeroplani con le loro scie” diceva l’altro, “E’ colpa del governo!”concludeva il più polemico. Insomma, ognuno aveva una sua spiegazione, ma la realtà era che nessuno sapeva spiegarsela, la scomparsa del vento.
Veramente Paolo aveva una sua idea. Sdraiato nella cuccetta della barca ripensava a ciò che aveva sentito sull’isola. Cosa dicevano tra le canne? “Il vento finirà per scomparire”; e cosa era successo? Il vento era veramente scomparso. Risultato: doveva assolutamente ritrovare quel gatto e gli altri animali. Loro forse avrebbero avuto qualche spiegazione su quanto stava accadendo.
Pensò quindi di lasciare il nonno a discutere con i suoi amici e dirigersi verso l’interno dell’isola, lì dove aveva visto i tre animali.
Non ci mise molto a ritrovare il posto, riconobbe subito la pietra quadrata, ma soprattutto ritrovò i tre animali in riunione. Al suo arrivo lo guardarono tutti insieme, ma questa volta senza fuggire.
“Vieni avanti ragazzo” gli disse il gatto cominciando a leccarsi una gamba.
“Nando, ti sembra questo il momento di fare toletta!” l’anatra scosse la testa guardando il gatto che continuò pacifico a leccarsi la zampa.
A Paolo sembrò che la nutria gli sorridesse, o forse erano i grandi denti sporgenti che lo facevano sorridente.
“Ma voi parlate!” disse Paolo avvicinandosi
“Perché tu no?” rispose l’anatra con la sua vocina squillante
“Ma, ma… ma per me è normale”
L’anatra si girò verso la nutria “Pedro, tu ti senti anormale?”
“Caramba no!”
“Vedi? Anche per noi è normale; è che voi umani ascoltate solo voi stessi.”
Il gatto smise di leccarsi la zampa “Lucia basta, abbassa le penne che non è questo il momento di polemizzare, poi lui ci capisce, quindi…” detto questo si girò verso Paolo: “piuttosto siediti qui, su questa pietra, che dobbiamo parlare e non abbiamo molto tempo. Sei qui per il vento, vero?”
Paolo annuì avvicinandosi: “grazie, preferisco rimanere in piedi.”
La nutria gli si fece più vicino. Con una zampetta cercava di lisciarsi i lunghi baffi, ma con scarsi risultati : “Ti stavamo aspettando sai?” gli disse dopo averlo annusato un poco.
“Cosa è successo?” chiese Paolo “Perché è scomparso il vento di Ponente?”
“Stava male da molto. Sapevamo che prima o poi sarebbe successo”
“Vuoi dire che…”
Il gatto abbassò la testa annuendo: “ se ne è andato, disperso”
Ci fu un attimo di silenzio nel gruppo. Paolo guardava i tre animali in piedi intorno a lui, senza sapere cosa fare.
Fu Nando, il gatto a scuotersi per primo.
“Bèh, bando ai dispiaceri, cerchiamo di metterci in moto e vediamo cosa possiamo fare. Anzi, cosa puoi fare tu” disse indicandolo con la zampa.
“Io? Che posso fare io? Poi hai detto che il vento è morto.” rispose Paolo.
“Non ho detto morto, ho detto disperso”
“Morto, disperso, quello che è, io che posso farci?”
“Tu sei il ragazzo della profezia”
“Io? Che profezia?”
Il gatto fece un passo indietro, poi si schiarì la voce e cominciò a declamare, subito seguito dagli altri animali: “Quando il vento di ponente disperso sarà
il ragazzo dell’uomo al sasso verrà.
La voce dell’altro per lui sarà chiara.
partire dovrà però, prima di sera.
La casa di Eolo aspetta il suo passo
salire dovrà solo sul sasso.”
Paolo li guardò increduli: “Io sono il ragazzo dell’uomo? La casa di Eolo? Ma che significa?”
“Beh, mi sembra chiaro, sei tu. Chi altri potrebbe essere. Il vento è disperso, tu senti la voce dell’altro. Dai, Sali sul sasso, non abbiamo molto tempo”. Il gatto cercava di spingerlo verso la pietra quadrata strusciandosi sulle sue gambe.
“Ma, ma… ma poi che succede?”
L’anatra allargò le ali “Non lo sappiamo, noi siamo solo i custodi della profezia”
“E del sasso” aggiunse la nutria. “anche se….”
“dai, sali.” Si intromise il gatto tagliando corto: “non abbiamo molto tempo”
Paolo, seppur titubante, tentò di salire sulla roccia misteriosa, ma per lui era troppo alta.
“aspetta” disse Pedro la nutria “ Ti aiuto io, sali su di me”.
Dopo poco era sulla roccia, ma non successe niente.
“Allora?” disse il gatto
“Ditemi voi cosa devo fare” rispose lui
“Prova a saltare” disse l’anatra
Paolo fece prima un saltino incerto, poi uno più deciso, ma non successe niente ancora.
Il gatto era perplesso: “ Eppure la profezia dice così: salire dovrà solo sul sasso. Cosa abbiamo sbagliato?”
“Forse non è lui” disse Lucia l’anatra.
Improvvisamente Paolo ebbe un’illuminazione: “Ci sono! Ho capito dove abbiamo sbagliato! La profezia dice salire dovrà solo sul sasso, ma tu mi hai aiutato, non l’ho fatto da solo.” disse indicando Pedro.
Così dicendo scese dalla pietra, allontanandosene, prese una gran rincorsa e con un balzo ci montò di nuovo sopra, a cavalcioni come faceva in palestra con la cavallina. D’incanto si ritrovò da solo in una caverna in riva al mare. Paolo si guardò intorno sorpreso. Quel mare era diverso, più chiaro. Anche la spiaggia era diversa. Era formata da tanti piccoli sassi scuri. Ne prese una manciata stupito; come erano leggeri! Non l’aveva mai vista una spiaggia così. La caverna sembrava molto grande. In fondo vide un chiarore. Si incamminò da quella parte. Man mano che avanzava, la caverna si faceva scoscesa.
“Sto scendendo sotto terra” pensò tra se. Il chiarore era sempre dinanzi a lui. Finalmente giunse in una grande stanza dal soffitto altissimo di cui non riusciva a vedere la fine. C’era però, proprio al centro del soffitto un grande foro, da cui entravano i raggi del sole. Riusciva a distinguere anche il colore del cielo.
“Così ecco il ragazzo dell’uomo. Finalmente.”
Paolo sobbalzò sentendo la voce. Entrando gli era sembrato non ci fosse nessuno: “Dove sei, non ti vedo”
“Sono qui” disse la voce alle sue spalle
Paolo si girò, trovandosi di fronte una ragazzina bruna, più o meno della sua età.
“Tu chi sei”
“Sono Ella, la nipote della nipote della nipote della nipote della nipote di Eolo. Ti stavo aspettando.”
“E chi è Eolo?”
La ragazzina lo guardò con commiserazione scuotendo la testa: “Voi umani siete proprio senza memoria. Eolo è il dio del vento e questa è la sua casa. Lui però non c’è. E’ prigioniero. Vulcano lo ha rinchiuso nella sua grotta.
“E chi è Vulcano?”
“Ma non sai proprio niente! Vulcano è il dio del fuoco. Chi credi che possa essere stato a disperdere il vento?” Ella scosse la testa e poi concluse: “Ma dove vivi!”
“Ma dove vivi tu!” rispose Paolo che cominciava ad arrabbiarsi. “Prima di tutto che c’entrano adesso Eolo e Vulcano”
“E non ti dimenticare Ares” aggiunse Ella
“E chi è Ares?” chiese Paolo con tono lamentoso
“Il dio della guerra”
Paolo si sedette per terra: “Anche il dio della guerra. Non bastavano gli animali parlanti.”
La guardò sconsolato: ”E io cosa devo fare ?”
“Tu devi trovare il soffio per risvegliare Eolo e riportare il vento di ponente al suo posto, così che ciò che è disperso ritrovi la via, come dice la profezia: Il ragazzo dell’uomo trovi il bel soffio lo lasci sul viso di Eolo e ciò che è disperso ritrovi la via.”
Paolo sospirò di sollievo “Bene, pensavo di dover liberare Eolo”
“Quello lo faremo insieme”
“Ah, mi sembrava troppo facile. Ma perché Eolo è prigioniero? E che c’entra il Ponente.”
“Il ponente è solo il primo vento ad essere stato disperso. Tra poco toccherà agli altri. Vulcano ha cominciato dal ponente perché gli stava proprio antipatico. Sai, lui portava il fresco d’estate, e loro il fresco proprio non lo sopportano. Loro vogliono far morire tutti dal caldo”
“Ma perché?”
“Vuoi sapere perché? Vieni, seguimi.”
E dopo averlo preso per mano lo condusse al centro della caverna, dove si trovava una pozza d’acqua di un colore azzurro come non ne aveva mai visto.
Elle prese un lungo bastone, e dopo averlo immerso nella pozza cominciò a girarlo piano, prima in un senso, poi in un altro. Infine si fermò. Dopo pochi attimi la pozza tornò cristallina.
“Guarda ora” disse lei indicando la pozza.
Paolo guardò e con immenso stupore vide una grande palla azzurra e verde che girava nella pozza.
“Che cos’è?”
“E’ Gea, la terra, che ci sta mostrando la storia del vento. Vedi come gira veloce. Guarda ora i venti che si muovono. Guarda le forze immense che si muovono sulla sfera. Ecco la terra che gira nella sua orbita. Un giro lungo l’orbita è un anno. Guarda quei venti che vanno verso ovest, sono gli alisei. Quando gli umani erano saggi li usavano per viaggiare. Ora li hanno dimenticati. Guarda ora, ecco il vento di ponente. Guarda come attraversava il nostro mare andando verso est. Guarda le perturbazioni atlantiche alle sue spalle.”
“E quello più piccolo vicino alla costa?”
“Quello è il ponentino.”
Improvvisamente la sfera cominciò prima a diventare più opaca, poi sempre più grigia. Infine a malapena si distingueva l’azzurro del mare. Ma le nubi adesso non si muovevano più tanto, erano quasi ferme, e anche ai poli non c’era quasi più il bianco del ghiaccio; solo due piccole macchiette.
“Cosa è successo?” Chiese Paolo
“Questo è il futuro. Il futuro prossimo. Quello che vogliono Vulcano e Ares. Ci lavorano da tanti anni, da quando l’uomo ha scoperto il petrolio. Sono stati loro a farlo trovare. Vulcano lo ha liberato dal profondo della terra, e poi eccoci qui. In pochi anni le auto, lo smog che ha coperto il pianeta, il mare e la terra che si sono talmente riscaldati che il vento quasi non c’era più. Ma Eolo si era accorto dei loro piani, e continuava a far soffiare più forte il vento per disperdere il caldo, lo smog.
Allora Vulcano gli ha teso una trappola: ha chiesto un incontro per rappacificarsi, e poi, con l’aiuto di una pozione magica lo ha addormentato, e adesso lo tiene chiuso nella sua grotta.”
“Addormentato per sempre?”
“Sino a che non riusciremo a svegliarlo”
Ella tirò fuori il bastone dalla pozza, che tornò a essere limpida senza nessuna immagine.
Paolo era stordito. Pensò al nonno che aveva lasciato a discutere del vento di ponente con i suoi amici. A quest’ora doveva essersi accorto che non era più in barca. Doveva sbrigarsi. Si girò verso Ella.
“Ci vorrà molto?”
“Speriamo di no. Non abbiamo più molto tempo. Anche il Maestrale sta cominciando a disperdersi.
“Caramba, non perdiamo tempo allora!”
A questo commento Paolo e Ella si girarono sorpresi.
“Pedro, Lucia, Nando! Ma cosa ci fate qui! Come avete fatto ad arrivare?”
I tre animali vennero avanti in fila indiana dal fondo della grotta. Per primo Nando il gatto, subito dopo Pedro ritto sulle piccole zampe, e per finire Lucia, l’anatra, che venne avanti oscillando sulle zampe palmate. Dal fondo della fila Lucia allungò il collo: “La pietra. E’ rimasta accesa, aperta… insomma non lo so come mai, ma basta salirci sopra da soli e ti porta qui.”
I tre animali si fermarono accanto a loro. Nando si avvicinò a Paolo strusciandosi tra le sue gambe. Lui lo carezzò sorridendo.
Ella li guardò dubbiosa: “Bah, va bene allora andiamo tutti. Dobbiamo arrivare in cima al vulcano prima che faccia sera”. E detto questo si avviò verso l’altro estremo della grotta, dove, illuminato da torce poste lungo il muro videro un gran mucchio di vecchie anfore. Ella si diresse subito verso le anfore cominciando a cercare tra i recipienti.
Mentre rovistava si fermò, girandosi verso Paolo. “Vieni, sei tu che devi trovare il bel soffio, ti sei dimenticato?
“Il bel soffio?”
“Il ponente, il ponente”
“Il ponente? E’ qui?” Paolo si fece avanti
“Eolo tiene sempre un pochino dei venti qui nella grotta. Aiutami a cercarlo”
Le anfore erano così tante che arrivavano quasi sino al soffitto.
“Ma come faccio? Sono tutte uguali”
Ella sorrise: “Ti sembrano tutte uguali? Guarda meglio, anzi, senti meglio. Prendi questa” gli disse porgendogli una piccola anfora”
Paolo la prese in mano “Ma è calda!”
“Quello è lo scirocco”
Paolo poggiò in terra con cura l’anfora dello scirocco, prendendone subito dopo un’altra. Ma non sentì niente, allora se l’avvicinò al naso per sentirne l’odore e subito disse :”Questa odora di mare”
“Quello è il Libeccio”
Paolo ripose in terra il Libeccio prendendo in mano altre due anfore, ma non sentì niente, se non un poco di fresco
“Ma come lo riconosco il ponente?” chiese sconsolato.
“Non lo so, lo dovresti trovare tu. Io non ti posso aiutare. E’ la profezia.”
“E adesso come faccio?” si chiese Paolo guardando il monte di anfore. Mentre era lì pensò di nuovo al nonno e alla sua piccola barca, il Peter Pan. Se non riusciva a trovare il ponente non ci sarebbe stata più nessuna gita in barca.
D’improvviso seppe come riconoscere il Libeccio. Prese un’anfora, e chiusi gli occhi se la avvicinò al viso, e mentre la teneva così immaginò di essere sul Peter Pan, con accanto il nonno che attendeva il Ponente e diceva “Eccolo, adesso arriva!”. Immaginò di vedere il mare incresparsi, prima più lontano, poi vicino, la vele cominciare a fremere sino a riempirsi, il vento sulla pelle. Se era lui il ponente, l’avrebbe riconosciuto senz’altro.
“Non è questa” disse poggiando l’anfora. Ne prese un’altra ripetendo l’esperimento.
“Non è neanche questa”
“Potrei provare io” disse Lucia, e avvicinatasi alle anfore, con il becco cercò di tirarne su una. Era così pesante che non riusciva a smuoverla. Allora cominciò a battere le ali per aiutarsi.
Nando il gatto la guardò preoccupato: “Attenta, potrebbe rom…”
Non fece in tempo a finire la frase che l’anfora sfuggì dal becco dell’anatra, cadendo in terra e finendo in mille pezzi. D’improvviso, dai cocci infranti si alzò un vento gelido che investì in pieno Lucia, e dopo averla portata lontano nella caverna prese a girare lungo le pareti sino a imboccare la galleria da dove erano venuti.
“Sangre y muerte! Hai visto cosa hai fatto? E adesso?” Pedro la nutria batteva nervosamente la coda in terra. “ E senti che freddo!”
Ella si stropicciò le mani come per scaldarsi “Non importa. Paolo, continua a cercare, quello era la tramontana. Quando libereremo Eolo ci penserà lui a sistemare le cose.”
Paolo prese un’anfora, e chiusi gli occhi se la avvicinò al viso… e improvvisamente gli sembrò proprio di essere in barca col nonno. Gi sfuggì detto “Eccolo, arriva!”.
Aprì gli occhi: “E’ lui, l’ho trovato”.
Ella gli sorrise, e presa una grossa sacca, con cura, vi ripose l’anfora del ponente, poi la mise a tracolla di Paolo.
“Adesso andiamo, non perdiamo tempo, la strada è lunga.” Detto questo, scostò una grossa tenda che copriva l’ingresso di una ripida scalinata e presa una torcia dal muro l’imboccò iniziando a salire, subito seguita da Paolo.
“Per di la?” Chiese preoccupato Pedro.
“Dai, su andiamo” rispose Lucia ancora così infreddolita dalla Tramontana che ad ogni sua parola formava una nuvoletta gelata.
Presero a salire in fila indiana, e per un lungo tratto stettero in silenzio. La scala, scavata nella roccia, era ripida, e anche volendo non avrebbero avuto abbastanza fiato per parlare. Mano a mano che salivano l’ambiente diventava sempre più caldo.
“Caramba, tra poco saremo arrosto” commentò ansimando Pedro.
“Per una volta non mi dispiace affatto” disse Lucia che finalmente cominciava a scaldarsi.
Arrivati di fronte a un grosso portone di legno, Ella fece segno di fermarsi.
“Ci siamo, questa è la casa di Vulcano”
“Ma ci farà entrare?” chiese Paolo
“Scherzi? Lui non si deve accorgere di noi. Se ci vede è finita.”
“E come facciamo ad entrare?”
“Questo non lo so, ci dovresti pensare tu”
“Io?”
“Sei tu il figlio dell’uomo della profezia”
Paolo guardò meglio il portone. Era di legno massiccio e sembrava molto robusto. Cercò intorno per vedere se ci fosse qualcosa per forzarlo, ma non c’era proprio niente.
“Speravi che avesse lasciato la chiave per noi ” disse Pedro. La luce della torcia gli illuminava i grossi denti sporgenti.
“Ho un idea!” disse Paolo guardando i lunghi denti della nutria.
“Pedro, dimmi, ti piace il legno?”
La nutria arricciò il naso “Preferisco il mais, anche il radicchio. Sai, il legno è troppo duro”
“Ma forse per una volta potresti fare un eccezione.” Disse Paolo indicandogli il grosso portone
“Caramba! Vuoi davvero che mangi tutto quel portone!”
“Solo un pezzettino. Quanto basta per farci entrare”
Nando gli si avvicinò “Dai Pedro, non farti pregare”
Pedro scosse la testa avvicinandosi al grosso portone di legno e cominciando ad annusarlo: “Lo sapevo che dovevo rimanere nella pampa. Me lo diceva sempre mia madre: dove vai in giro per il mondo; che ti manca qui.” Toccò il portone con la corta zampetta: “ E’ ciliegio, ci vorrà un po’.”
Si girò verso il gruppo: “Solo quest’angolo però, niente di più” e detto questo cominciò a rosicchiare il portone cominciando dall’angolo in basso.
Dopo non più di venti minuti nel portone c’era un buco abbastanza largo per farli passare, e uno dopo l’altro, silenziosamente entrarono nella casa di Vulcano.
Oltre il portone li attendeva una nuova scalinata scavata nella roccia, questa volta però in discesa. Durò pochi metri, poi si trovarono in un lungo corridoio curvo. Da lontano sentirono un rumore, di metallo battuto. Presero ad avanzare piano e con circospezione. Paolo guidava il drappello.
Il rumore si faceva sempre più forte.
“Siamo quasi arrivati” disse Ella poggiando la torcia in terra. Ormai il chiarore illuminava il corridoio. Il rumore era oltre l’ultima curva. Cautamente si affacciarono.
Un grande braciere di pietra da cui si alzavano alte fiamme era posto al centro dell’ampia caverna. Il fuoco illuminava tutto l’antro. Vicino al braciere c’era una enorme incudine, e accanto, in piedi, un gigante nero, vestito di pelli, che con un grande martello batteva su una corta barra d’acciaio. La barra era rossa, infuocata, ma il gigante la teneva per mano come se non ne sentisse il calore. I capelli erano crespi e ispidi, come seccati dal gran calore. Dai suoi fianchi pendeva una enorme spada, e accanto un grande mazzo di chiavi.
“Ecco Vulcano” disse piano Ella
“Come è nero” rispose sottovoce Paolo
“E’ il fumo del fuoco”
“Sembra una salsiccia affumicata” aggiunse Nando
“Allora! Hai finito con quel ferraccio? E’ ora di mangiare!” Il grido era venuto dall’altra parte della grotta. “E di bere!” aggiunse la voce concludendo la frase con una sonora risata.
In fondo, seduta ad un lungo tavolo apparecchiato si intravedeva la sagoma di un uomo vestito di chiaro. Accanto a lui era poggiato un elmo lucente.
“E’ Ares” commentò Ella
Il Gigante affumicato poggiò il grande martello sull’incudine e con la mano si asciugò la fronte, dove lasciò un largo segno chiaro.
“Non ti bere tutto, che sto arrivando”. Infine poggiò anche il ferro rovente e si diresse verso il fondo della caverna.
Dopo che il gigante si fu allontanato, Paolo si girò verso Ella: “Dove si troverà Eolo?” si guardò in giro, ma non vide niente, né una cella, ne altro che potesse far pensare ad una prigione. Dal fondo della grotta continuavano a provenire grandi risate.
“E’ il vino dell’isola” disse Ella. “Se siamo fortunati si ubriacheranno e poi si addormenteranno.”
E infatti non passò molto tempo che li videro entrambi appoggiati sul grande tavolo che russavano rumorosamente.
“Andiamo” disse Paolo, e cautamente avanzarono nella grotta.
“Dove potrà essere?”
“Guarda lì, in alto” disse Pedro indicando un’apertura nella roccia chiusa da grosse sbarre. Era molto in alto. Irraggiungibile da terra.
“Deve essere quella la prigione. Dobbiamo esserne sicuri”
“Vado io a vedere” disse Lucia, e subito spiccò il volo verso l’apertura, dove sostò per un secondo tornando velocemente indietro.
“Lo abbiamo trovato. Sta dormendo.”
Paolo cercò intorno a loro una scala, qualcosa per salire sino alla prigione, ma non vide niente che poteva tornare utile.
“Intanto prendiamo le chiavi” disse Ella.
“Dobbiamo essere silenziosi”
“Ci penso io” disse Nando, e silenziosamente come solo un gatto sapeva fare, si avvicinò a Vulcano e Ares che continuavano indisturbati a russare. Lentamente, ma con grazia, sganciò l’enorme gancio delle chiavi che pendeva dalla cintura di Vulcano. Silenziosamente tornò indietro verso gli altri, porgendo poi le chiavi a Paolo, che nel frattempo aveva trovato una grande corda, e gli era venuto in mente un sistema che poteva consentirgli di raggiungere Eolo.
Se solo fosse riuscito a farla arrivare sino alle sbarre poteva utilizzarla per arrampicarsi sino alla prigione.
“Lucia, ci riesci a volare con la corda nel becco?”
“Posso provare”
“Devi riuscire a passarla tra le sbarre e farla tornare giù”
“Va bene, dai”
L’anatra prese la cima della corda nel becco e volò nuovamente verso la prigione di Eolo, mentre Paolo si legava l’altra cima della corda alla vita. Al primo tentativo la corda gli sfuggì ricadendo pesantemente a terra. Tutti si immobilizzarono temendo che il rumore avesse svegliato i due carcerieri, ma Vulcano e Ares continuarono a russare.
“Proviamo di nuovo” disse Paolo, e Lucia, ripresa la corda nel becco volò di nuovo verso le sbarre.
Questa volta l’operazione riuscì, e lentamente calarono la cima della corda verso Paolo. Poi, tutti insieme lo aiutarono a salire verso la prigione. In pochi minuti fu issato davanti alle sbarre.
Nella cella, sdraiato su un giaciglio di paglia, un uomo con una lunga barba bianca e una veste più bianca della sua barba, dormiva silenziosamente. Paolo iniziò a provare tutte le chiavi e finalmente, al terzo tentativo, la porta della cella si aprì lasciandolo entrare. Non perse tempo, e subito tirò fuori dalla sacca l’anfora del vento di Ponente per aprirla sul volto di Eolo. L’anfora era chiusa, sigillata con la ceralacca e per Paolo non fu facile liberare il Ponente. D’improvviso, a compimento dei suoi sforzi, il tappo di chiusura saltò liberando il vento e facendo un grosso botto che rimbombò nella caverna come un colpo di pistola. Paolo fu scaraventato indietro verso le sbarre, ma fortunatamente riuscì a dirigere il fiotto di vento verso il volto di Eolo.
Il vecchio addormentato si scosse un poco, poi, dopo aver starnutito e essersi grattato il naso, si girò di lato e continuò a dormire.
“Che succede? Chi è la!” Dal fondo della caverna Paolo sentì la voce cavernosa di Vulcano.
“Eolo! Stanno liberando Eolo!”
Paolo si affacciò tra le sbarre e vide Vulcano e Ares che lo fissavano arrabbiati. Vulcano, appena lo vide si sfilò la spada dalla cintura lanciandogliela contro, e fece appena in tempo a spostarsi, perché questa si piantò nella roccia accanto a lui.
Paolo rientrò nella prigione precipitandosi verso Eolo e cominciando a scuoterlo “Sveglia! Sveglia! Io ho fatto tutto quello che dovevo fare! Sveglia!”, ma Eolo si scosse appena.
Si affacciò di nuovo e vide che Vulcano veniva verso di lui con in mano una lunga scala. Non fece in tempo a chiedersi dove potesse essere stata nascosta che nella grotta scoppiò un putiferio. Luisa volava in picchiata verso Vulcano beccandogli la nuca, mentre Nando gli lasciava lunghi graffi sulla gamba dove era arrampicato. Di Ella e Ares nessuna traccia.
Paolo tentò ancora di nuovo di scuotere Eolo, ma visto che non riusciva ad aver nessun risultato, decise di scendere anche lui a lottare con Vulcano, ma non fece in tempo a giungere all’ingresso che si trovò di fronte il faccione scuro del gigante
Tutto graffiato, con la testa insanguinata dalle beccate di Lucia, il dio del fuoco sembrava particolarmente arrabbiato.
“E tu chi sei?” disse con voce tonante Vulcano
Paolo, rimasto senza parole cominciò ad indietreggiare.
“Vieni qui, tanto non mi puoi sfuggire”
D’improvviso Paolo sentì una leggera brezza alzarsi alle sue spalle, poi la brezza diventò un soffio deciso: “Insomma, ma non si può riposare nemmeno un attimo”.
Eolo si era finalmente svegliato, e tiratosi su si stiracchiava quietamente. Mentre era impegnato nell’operazione notò Paolo, poi alzando lo sguardo vide anche Vulcano.
Come lo guardò, parve ricordarsi di quello che era successo, perché l’occhio gli divenne acceso, e il soffio di vento divenne ancora più forte.
“Tu, tu…” disse Eolo indicando Vulcano, poi con un gesto gli lanciò contro una folata di vento così forte che lo fece volare giù oltre la scala facendolo cadere stordito e bocconi nella grotta.
Poi, sempre con lo sguardo arrabbiato e in un turbinio di vento, si girò verso Paolo che lo guardava terrorizzato, ma guardato che lo ebbe, il turbinio intorno a lui si ridusse sino quasi a scomparire, e anche il suo sguardo divenne più, calmo. Gli venne più vicino.
“Tu devi essere il ragazzo dell’uomo”
Paolo ebbe appena la forza di annuire. Eolo rise “Non avere paura.” Poi tese la mano verso di lui. “Andiamo, è ora di tornare.”
Poi come trasportati dal vento scesero lentamente e leggermente verso il pavimento della grotta, dove atterrarono senza scosse trovando Vulcano ancora svenuto e Ella e gli altri a guardia di Ares, legato come un salame.
“Ciao nonno” disse Ella appena vide Eolo
Eolo si aggiustò un poco i capelli: “Ella” disse sbuffando “Quante volte ti ho detto di non chiamarmi nonno”
“Dai nonno, cominci ad avere un età. Hai visto che ti ha fatto stavolta? C’era quasi riuscito. Se non fosse stato per il ragazzo.”
“E noi non abbiamo fatto niente?” si intromise Lucia intenta a raccogliere alcune penne che nella lotta si erano staccate dal suo bel manto.
Eolo si guardò intorno. Nella grotta era tutto un caos: tavolini e sedie rovesciate, metalli ovunque.
“Avete combattuto duramente. Grazie, siete stati bravi. Ora andiamo, dobbiamo tornare subito al lavoro, i venti ci aspettano.”
“E questi due li lasciamo liberi?” chiese Paolo indicando Vulcano e Ares
“Certo. Ormai hanno perso e non possono più fare del male”
“Per ora” aggiunse Ella
Eolo si girò verso di lei. “Certo, per ora; questo è l’importante. Sono Dei, come noi, cosa credi che li possa uccidere o fare scomparire? Questo è solo un gioco, lo sai.”
Paolo, che aveva assistito in silenzio alla conversazione ne rimase sconcertato: “Come un gioco! Ma se abbiamo rischiato di morire!”
“Piccolo ragazzo dell’uomo, dovresti essere contento di aver avuto una parte nel nostro destino. Non ti rende felice aver giocato con gli Dei?”
Paolo non dovette pensarci molto per rispondergli: “Avrei preferito di gran lunga continuare a uscire in barca con mio di nonno, che non ha nessuna paura di essere chiamato nonno.”
A quella risposta, l’occhio di Eolo divenne cattivo e un’aria gelida prese a turbinare intorno a se, ma durò un attimo, perché immediatamente ritornò pacifico.
Sospirando Eolo lo guardò: Come siete diventati insolenti voi umani. E’ tempo che torni alla tua casa e dimentichi ciò che è successo.”
Detto questo, Eolo fece un gesto verso di lui, e subito si alzò un vento turbinante che senza toccarlo lo circondò prendendo a girare intorno a lui sempre più velocemente, sempre più velocemente, sempre più velocemente…
“Paolo! Paolo! Sveglia, dobbiamo tornare a casa. E’ calato il sole.”
Paolo aprì gli occhi trovandosi di fronte il nonno. Si alzò di scatto sbattendo la testa contro il tettuccio della barca.“Ai!” disse Paolo toccandosi la fronte. “
“Nonno, ma che succede? Che ci fai qui!”
“E’ tardi, dobbiamo tornare in città. Hai dormito tutto il pomeriggio.”
“Dormito? Ma Eolo? E il ponente?”
Il nonno rise: “Il ponente è tornato. Mentre dormivi è tornato. Prima leggero, poi sempre più deciso, e adesso sentissi che bel vento! Peccato che è tardi, ma domani usciamo in barca.”
Paolo lo guardava sperduto. Allora aveva sognato tutto. Nando, Pedro, Lucia, Ella e tutti gli altri. Solo un sogno. Non ci poteva credere. Si alzò dalla cuccetta disorientato, e come un sonnambulo seguì il nonno lungo il pontile dell’isola.
Mentre attendevano il piccolo traghettino che li avrebbe portati dall’altra parte del fiume, Paolo si guardava intorno ancora sconcertato. Un sogno, era stato solo un sogno. Eppure avrebbe giurato che…
“Guarda, una nutria” gli disse il nonno indicandogli un animale che dopo aver disceso un tratto del fiume a nuoto, si avvicinò alla riva per risalire tra le canne.
“Caramba che fredda l’acqua” disse l’animale dopo essersi arrampicato sulla riva.
Non poteva essere. L’aveva sentita distintamente. Era la voce di Pedro.
“Nonno, hai sentito niente?”
“Fa un po’ fresco” rispose lui
“No, una voce, un rumore”
Il nonno lo guardò preoccupato: “Paolo, ti senti bene?” Stava per ribattere quando alle spalle del nonno vide Pedro che con la zampetta gli faceva segno di fare silenzio, e per essere più chiaro gli fece anche l’occhiolino.
Paolo rise: “Benissimo nonno, mai sentito meglio. Domani usciamo a giocare con il vento, vero?”
“Ci puoi scommettere, non vedo l’ora!”
FINE
Fabrizio Rasori.