sabato, 21 giugno 2008

E' ormai da molti anni che si è sviluppato e ha preso piede quello che viene comunemente chiamato "consumo etico". Si tratta di un insieme di prodotti che, dalle lontane zone di origine arrivano a noi "direttamente" senza "quasi" alcuna intermediazione. Questo processo "assicurerebbe" al produttore una resa maggiore e dovrebbe evitargli di venire sfruttato dalla solita multinazionale di turno. La distribuzione di questi prodotti è affidata poi ai negozi del cosidetto "terzo settore". Associazioni solidaristiche  senza scopo di lucro che si occupano di prodotti etnici e non.

Opera notevole e meritoria. Ho usato comunque il virgolettato in molti termini perchè continuo a nutrire una certa diffidenza di fondo verso percorsi e modalità di consumo che manifestano la loro azione più che altro con caratteristiche elitarie e lontane dal popolo.

Insomma, ben venga l'azione di tutti questi organismi, anche se mi piacerebbe verificare come si forma il costo finale dei prodotti "etici".

Comunque, il fine ultimo del mio discorso è diverso. Io credo che il consumo etico è un altro. Oggi, il cittadino medio è abbastanza espropriato delle sue prerogative democratiche. Assiste in genere impotente a quanto viene deciso da chi lo governa, e in genere quando vota, viene manipolato e convinto di vivere in un paese dove è necessario mettere i soldati agli angoli delle strade, dove le strade sono affollate di feroci stupratori e disinvolti rapinatori, tutti stranieri, dove tutte le leggi sono state fatte per nuovere al capo del governo, e quindi vanno modificate. Quando non è manipolato in genere è costretto a scegliere il meno peggio, e spesso si astiene per non scegliere.

Però. Però in questo desolante quadro c'è qualcosa che è veramente democratico e rimane nelle libere facoltà del cittadino. E questo è - incredibilmente - proprio la cosa che è più manipolata: Il consumo.

Il consumo in ogni sua forma: il consumo culturale, televisivo, alimentare, di beni durevoli. Tutti i consumi. E' nella nostra facolta ( e nei limiti delle nostre possibilità economiche) decidere cosa come quando e quanto consumare.

Anni fa, forse i più lo hanno dimenticato, in Sudafrica vigeva l'apartheid. L'europa attuò l'embargo totale sui prodotti sudafricani. Io allora lavoravo per Il Manifesto (noto quotidiano di sinistra), però facevo la cosa più di destra: raccoglievo pubblicità per lo stesso. Ora accadde che avessi preso una bella pubblicità di un film, e già mi pregustavo il guadagno, quando... quando si è scoperto che la produzione di quel film era sudafricana. Il giornale rifiutò la pubblicazione, e io con dolore, - lo ammetto - ma fui daccordo. E ancora oggi sono daccordo con quella scelta che pure colpì decisamente e pesantemente la mia tasca.

Come è andata a finire lo sappiamo tutti: L'apartheid è stato abolito e Mandela (che allora era in carcere) è diventato il presidente di quel paese.

Ecco, questa è precisamente la mia idea di consumo etico: un consumo o un non consumo che costringa chi lo subisce a rivedere la sua azione.

Per questo è da tempo che non vedo alcun telegiornale Fininvest, Non consumo da anni alcun prodotto israeliano (inizierò quando saranno tornati sui confini del '67), cerco prodotti realizzati sul territorio Italiano. Cerco cioè di conservare al mio consumo un carattere etico, dove etico significa principalmente che voglio che nei prodotti sia contenuta una etica: il rispetto del lavoratore, il rispetto dell'ambiente, il rispetto della democrazia.

Certo, non è che sempre è possibile. Però pensate che bomba se tutti i cittadini democratici boicottassero i prodotti pubblicizzati dalle reti Finivest. Non è un inno al boicottaggio. Ognuno è libero di fare ciò che più gli aggrada. D'altronde l'abbiamo detto: il consumo è democratico.

Ps. Io amo la nutella e sono rimasto addolorato quando ho scoperto ciò

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categoria:cultura, filosofia, democrazia, consumo etico
mercoledì, 23 aprile 2008

Tra le varie cose che cerco di fare per tenermi vivo, c'è  (o meglio c'era) una collaborazione con la rivista online Il Pendolo, terminata proprio ora per i motivi che a  seguire  andrò a illustrare per portarli al pubblico dibattito del mio blog.

Dunque, dicevo della mia ex collaborazione con Il Pendolo. Durante questo rapporto ho recensito vari testi: romanzi, resoconti di viaggi, libri di storia, biografie. Testi tra loro diversi, il cui filo d'unione, oltre la mia persona e i miei personali interessi, è nell'aver cercare di offrire al mio lettore un percorso. Un percorso di conoscenza; conoscenza di sè, dei propri limiti, degli strumenti necessari per acquisirla, la conoscenza, la capacità di essere critici.

 Lo so, porsi il raggiungimento di questo obiettivo attraverso recensioni librarie è utopico, poco attinente alla realtà. Pure, cercare di costruire questo filo è necessario per il mio agire. Per dargli un senso più autentico, compiuto. Qualcosa che vada al di la della mia stessa capacità di scrivere, naturalmente sempre del tutto discutibile (e certamente perfettibile).

In questo anno (più o meno) di recensioni, sono partito dalla biografia di Motissier, grande viaggiatore sia del mare, ma anche dell'anima, passando poi per Verne, utile pietra miliare del percorso di sviluppo della nostra società. Bloch e la sua "Apologia della storia" rappresentano - a mio modo di vedere - lo strumento indispensabile per guardare alla realtà riuscendo a discernere almeno alcuni dei suoi significati. Benjamin e le sue esperienze con le droghe sono un filo di conoscenza da provare a tenere per mano,  come lo scritto licenzioso di Diderot, la cui carica erotica è solo l'utile maschera della critica all'oppressione del potere.

Insomma, in questo mio immaginario percorso tra storia filosofia romanzo e saggio, sono arrivato ad un altro illustre protagonista degli ultimi quarant'anni : Herbert Marcuse e il suo "L'Uomo a una dimensione".

Un'opera datata, eppure evidentemente ancora carica di molta, molta, molta forza eversiva. In questo mio percorso di conoscenza riportata,  "L'Uomo a una dimensione" è un altro utile strumento; una chiave di lettura -  non più eversiva perchè superata dalla stessa realtà - ancora efficace per rendere significanti alcuni degli invisibili malesseri che gli uomini del nostro tempo vivono senza afferrarne mai l'origine.

Bene, anzi male. Su Marcuse mi sono scontrato con uno strano muro di gomma redazionale. Dopo aver modificato e riscritto due volte (forse tre ma non ricordo) l'articolo non sono riuscito comunque a pubblicarlo. Prendo atto che il problema è di altro genere, e secondo me politico. Se ciò non fosse solo ridicolo, purtroppo, accadendo in una rivista di un circolo letterario il tutto diviene anche tragico. Ne prendo dolorosamente atto, voglio e preferisco credere che semplicemente non è piaciuto il mio insufficiente stile di scrittura. Nel dubbio comunque non posso che volontariamente interrompere ogni mia collaborazione con detta rivista e riportare con le parole di un filosofo molto, ma molto lontano da me (Giovanni Gentile) uno dei grandi significati che lo strumento della discussione filosofica porta con se " ... La filosofia, è essenzialmente libertà; e la libertà, in generale, insieme cò i suoi beni inestimabili porta pur seco gravi pericoli ..."

Io, preferisco i pericoli della libertà, comunque.

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L'UOMO A UNA DIMENSIONE di HERBERT MARCUSE

“Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico”. Con queste parole si apre uno dei testi costitutivi dell’apparato ideologico che ha sostenuto e alimentato il movimento mondiale di protesta del ’68, e tutti i seguenti. Rileggerlo oggi, a quarantaquattro anni dalla prima edizione, è particolarmente istruttivo: se da un lato in esso si ritrovano linguaggi e analisi che nella attuale società postindustriale segnano il passo, dall’altro – con dolore –si deve riconoscere come molto dell’ipotizzato sia  ormai diventato la oggettiva realtà quotidiana. La società in cui il controllo delle masse è affidato alla tecnologia e ai media, dove i consumi sono dettati da “bisogni sociali indotti”; questa società allora solo abbozzata, oggi purtroppo è la nostra: marketing, automazione industriale e nuove tecnologie ne sono gli strumenti. Herbert Marcuse, nato nel 1898 a Berlino e formatosi a Freiburg sotto la guida di Husserl e di Heidegger, fu uno degli elementi più rappresentativi della “Scuola di Francoforte”, che fece della critica della società presente il fulcro del proprio pensiero. Il senso di un riesame del testo oggi, non risiede più nelle conclusioni politiche (molto si potrebbe dire criticamente adesso sui concetti allora espressi di “classe”, di “coscienza di classe”, di “rivoluzione”), mentre
rimane immutata la capacità del volume nel disvelare al lettore i meccanismi con cui le società tecnologiche (oggi diventate avanzate) possono “unidimensionarci”sino a toglierci ogni carattere originale. Nel terzo millennio, ed è questa la vera novità, disvelati i meccanismi possiamo passare oltre, e con la forza della tecnologia stessa (ora contemporaneamente carnefice e liberatrice) tentare di riappropriarci della nostra umana multidimensionalità.
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categoria:cultura, politica, filosofia, democrazia, marcuse
sabato, 08 marzo 2008

Ho già scritto del mio ritorno alla politica attiva. Bene, ora si è al clou: le elezioni! Tra l'altro, ho rischiato anche la candidatura (in piccolo, per un municipio romano), ma il tutto è durato un attimo. Poi comunque mi sono preso il coordinamento di una sezione ...ops, scusate il lapsus, oggi si chiamano circoli della sinistra democratica, alias sinistra arcobaleno.

Il mio approccio vuole essere quello del cittadino che si impegna in prima persona, nulla di più, nulla di meno. Questo perchè l'approccio neofita, dopo tanti anni di lontananza, in qualche modo mi consente di mantenere si l'internità ai problemi affrontati, ma anche (e scusate il ma anche) l'occhio da esterno al mondo della politica.

Bene, signori, guardando da vicino e dall'interno la macchina della politica si fanno scoperte terrificanti. Ma non sui politici, bensì sui cittadini. La politica, nel mondo che al momento mi capita di frequentare non è - o meglio non è solo - quella dei ministri e dei sottosegretari, ma è quella degli amministratori cittadini, degli eletti, degli appassionati cultori della democrazia. Un club, un grande club. Un club di veri amanti della democrazia, che imperterriti continuano a cercare di gestire l'esistente. I più con grande dignità e correttezza, nella capacità o nell'incapacità, il tutto cercando di migliorare la vita di... di un grande assente: il cittadino.

Si, perchè il cittadino se ne guarda bene di venire a discutere negli incontri, nei dibattiti, quando c'è da difendere una posizione o attaccarne un'altra. Il cittadino semplicemente non partecipa. Non tutti ovviamente; una piccola minoranza interessata esiste, ma è una piccola minoranza.  E allora queste riunioni e questi impegni alla fine mi danno veramente la sensazione di essere in un grande club. Il club della democrazia. Inizio a riconoscere i volti dei partecipanti. Tra poco li conoscerò uno ad uno. Probabilmente loro già mi conoscono. Io purtroppo ci metto un pò ad associare un nome ad un volto.

Solo... solo che questa lontananza del cittadino secondo me é un vero dramma. Rende difficile non trasformare la democrazia da vero strumento di pace e crescita sociale a puro e semplice simulacro di se stessa. Rende complesso e vago il sistema della rappresentanza. Si finisce per rappresentare l'idea del cittadino. Idea che però non è la realtà. Non va bene. Così non va bene. Bisogna tornare a fare politica in prima persona. Bisogna tornare ad avere speranza nella possibilità di cambiare le cose.

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categoria:cultura, democrazia
giovedì, 07 febbraio 2008

In questi giorni infuria la polemica per la partecipazione dello stato di Israele come paese ospite d'onore alla Fiera del Libro di Torino. Come spesso succede, le posizioni radicali hanno maggiore eco dei ragionamenti, e ecco che le prese di posizione contro l'opportunità di tale invito (che non ho capito se è una coincidenza o no, ma avviene proprio nel 60° anniversario della nascita dello stato di Israele, che non proprio tutti nel mondo festeggiano in positivo) hanno ricevuto subito molta eco, spaccando l'opinione pubblica in pro e contro tale invito.

Che stanchezza! Che noia! Io non ne posso più di questi modelli di ragionamenti cosi manicheisti! Positivonegativo - buonocattivo - jingjang - isralepalestina - semitaantisemita.

Basta! Io rivendico la libertà di esercitare il mio pensiero senza dover scegliere posizioni minimali così limitanti. E in questo senso, rispetto al problema che si pone nella questione israelopalestinese io rivendico il mio diritto di distinguere tra Stato di Iraele, Ebraismo, e Cultura Ebraica.

Per quanto riguarda lo Stato di Israele, io non ho alcuna intenzione di criticare ciò che c'è di buono nella sua organizzazione sociale e politica, laddove essa si esprime nei caratteri delle democrazie occidentali, o anche laddove si esprime in modelli democratici non occidentali che a me non è dato conoscere.  Non posso, però accanto a ciò non notare che tali modelli comportano diversi diritti e doveri per i cittadini di diversa origine pur dello stesso stato, e non ho capito bene come questo si concili con la democrazia. Non posso non notare che esso è uno stato occupante di un altro stato, impegnato da diverse generazioni nella colonizzazione di detto stato, nonchè nell'oppressione dei cittadini di detto stato, ridotto a territorio o cittadine assediate, circondate da muri. E per quanto mi riguarda, cioè la mia posizione personale, benchè non abbia simpatie specifiche, e non ami affatto i radicalismi, le mie simpatie vanno sempre più agli oppressi che agli oppressori. Che ce posso fà, sò democratico!

Per quanto riguarda l'ebraismo  io personalmente sono un laico e reputo la religione ebraica, come tutte le altre religioni,  una credenza lontana da me che non mi coinvolge. In questo, Comtianamente, reputo le religioni fasi intermedie dello sviluppo della cultura umana, e spero che un giorno l'uomo arrivi finalmente a occuparsi di se stesso senza porre tra se e se alcun intermediario abitante su nuvolette o dotato di poteri magici quali fulminare i peccatori o far diventare di sale qualcuno che per nostalgia si è voltato.  Ciò detto, essendo un democratico, e reputando ogni essere umano eguale di fronte a se stesso e ai suoi simili ( e tra i suoi simili ci metto tutto ciò con cui divide il DNA dall 80% sino al 99,999%) penso che gli abitanti di ogni stato debbano essere liberi di professare qualsiasi religione credano meglio, o al contrario di non professare nessuna religione (ammesso che ciò non sia anch'esso una religione) , che non debbano per questo subire alcuna discriminazione, e che quanto è successo nella storia verso gli chi professa la religione ebraica, non meno di ciò che è successo agli Armeni, al popolo Rom, o più vicino nel tempo e nello spazio, alle etnie della ex iugoslavia, è indegno dell'uomo e deve essere sempre presente nella nostra memoria affinchè non si ripeta più in alcuna forma.

Per quanto riguarda la Cultura Ebraica la reputo un bene prezioso dell'umanità e parte integrante della cultura e dell'anima dell'occidente. La nostra storia per millenni ha trovato la sua origine nel vecchio testamento, che è il nostro, è il loro. Il cristianesimo nasce da una costola dell'ebraismo, e pure nel laicismo, o ateismo, tutto ciò è dentro di noi, nei nostri comportamenti. Le nostre feste occidentali sono spesso coincidenti con le feste della cultura ebraica. Lo scandire del tempo è lo stesso. Per essere più moderni, l'occhio ironico dell'ebraismo? Non ci è vicino? O ancora la teoria della relatività e tutto quello che culturalmente nell'ultimo secolo ne è derivato, che è il frutto di uno scenziato ebreo, ma prima ancora di un modo di vedere ebreo. Per non parlare della cucina, della musica. Andando poi nello specifico della fiera del libro, i tanti bravi scrittori quali Yehoshua, e molti altri, la cui scrittura è amata e da amare. Insomma tutto ciò fa parte di me, di noi, e io non ho alcuna intenzione di rinunciarci.

Ciò detto, essendo l'oggetto della fiera del libro, il libro medesimo, sarebbe stato carino da parte degli organizzatori limitare i propri interessi allo specifico della loro missione, e non partecipare ad alcuna celebrazione per nessuno stato, non foss'altro per continuare a distinguere il piano culturale dagli altri piani.

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categoria:cultura, editoria, ebraismo, fiera del libro
mercoledì, 16 gennaio 2008

Nel lavoro che svolgo quando non mi occupo delle mie speranze editoriali, ho a che fare con clienti tra loro molto, molto diversi. Diversi intendo per peso economico. Si va dai grandi enti ai piccoli comuni, oppure grandi aziende e/o piccoli privati. Tutti però interessati all'acquisto del servizio offerto.

Bene, è da molti anni che mi sono preposto come modalità di comportamento quella di tenere verso tutti indistintamente lo stesso comportamento. Cioè un cliente che spende pochi euro è uguale a un cliente che spende molti euro. Punto e basta. A tutti il massimo del servizio possibile.

Perchè? Perchè - come direbbe Montalbano - "mi sono fatto pirsuaso" che la democrazia, la vera democrazia sia anche una questione di atteggiamenti personali verso l'altro, nel piccolo mondo che ci circonda. E io sono democratico, mi sento democratico, voglio praticare la democrazia. Considerare cioè tutti uguali di fronte a se stessi, tutti con gli stessi doveri, gli stessi diritti.

Un altro esempio: non molti anni addietro giravo con una grossa Volvo. Era bella, enorme. Bene, non so perchè, ma quando ero in autostrada sulla corsia di sorpasso,  le altre auto, molte altre auto, mi cedevano il passo, mi davano strada. Ma non è che io lo avessi chiesto o che corressi (anche perchè la volvo era bella si, ma immobile praticamente), direi più che altro per servilismo. Oggi, che giro con una più modesta Agila, vedo che invece sulle autostrade si PRETENDE  che io, in quanto viaggiatore su un'utilitaria dia strada. Incapaci cioè anche nel traffico di esercitare la democrazia nei suoi diritti e nei suoi doveri.

Ora, credo che il web abbia molte carte per essere un bel posto dove esercitare una democrazia abbastanza autentica. Peccato che chi lo abita sia ancora umano, e abituato al servilismo interiore prima che esteriore. Peccato, perchè questo altera tutti i giudizi.

Senti a me, webbano, uccidi il servo e il padrone che sono in te e prova a fare da solo. Ne guadagnerai in coscienza personale, in autostima, in capacità.

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categoria:cultura, web
venerdì, 11 gennaio 2008

Nel web ho trovato diverse operazioni di scrittura collettiva. Affascinanti. Sto pensando di realizzare un laboratorio di scrittura collettiva. Devo però idearne le forme. Mi piace l'idea. Ma come farlo? Ci sono tante possibilità. Si potrebbe delineare una trama, iniziare a scrivere e poi far partecipare tutti alla costruzione della storia. E la direzione del progetto? Di che tipo dovrebbe essere? Io avrei gusto nel coordinare un progetto di questo tipo. Ma la scrittura a più mani può essere di molti tipi, cioè: ognuno può scrivere un capitolo, una parte; ognuno può scrivere modifiche agli scritti realizzati, aggiungendo o togliendo elementi. Sono due modi diversi di fare scrittura collettiva.

In realtà non è che poi non si possano praticare entrambi.

Poi c'è il problema della forma informatica: Il laboratorio di scrittura in forma di blog? Comodo, ma non mi basta. Vorrei qualcosa di più. Potrebbe essere un blog, ma anche altro.

Ci sto lavorando. L'idea mi piace. 

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categoria:cultura, editoria
domenica, 06 gennaio 2008

 ZUPPA ATTICA  di Fabrizio Rasori

Socrate è sdraiato su un pagliericcio, forse dorme. Santippe entra in scena lentamente, con due grandi cesti in mano, da uno sporgono verdure e del pesce, dall’altra piatti e pentole di coccio.

Santippe si ferma al centro della scena, scuote la testa:

SANTIPPE: Guardalo! Garda come se la dorme. Il filosofo! (Appoggia pesantemente i cesti sul tavolo)

SANTIPPE: Socrate! Socrate! Ma come puoi dormire il tuo ultimo giorno di vita! E già! ma tanto! Cosa importa a lui della famiglia! Di chi rimane! Noi dobbiamo tenere il punto, dobbiamo! Noi beviamo la cicuta, noi! Noi siamo filosofi, noi!! Socrate! Sveglia!

SOCRATE: (Socrate si sveglia, e la guarda) Santippe, moglie mia, sei qui. Ho avuto un incubo. Ho creduto di sognare le tue grida; (pausa) ora che ti vedo so che non era un sogno.

SANTIPPE: (Si allontana da lui ) Mi hai chiamato tu, no? O ne sei già pentito? Preferiresti forse Alcibiade? Come ieri, quando mi mandaste via per rimanere soli, non è vero forse?

SOCRATE: (Socrate si è seduto e si è stropicciato gli occhi; la guarda) Ma devi sempre gridare? Non hai modo di regolarla quella tua voce? Solo per oggi, ti prego. Comunque stai tranquilla, oggi, Alcibiade non verrà.

SANTIPPE: Lo hai licenziato infine?

SOCRATE: Ti ho detto che oggi non verrà; accontentati di questo.

SANTIPPE: (Sospira, si riavvicina alla cucina e alle ceste) Ho portato quello che hai chiesto: Sauro appena pescato ( mostra il pesce), finocchio dell’attica, noci del pireo, mosto di Delfi; tutto l’occorrente per la zuppa attica. E anche del vino della Tessaglia (mostra la brocca). Vedrai, (sorride) questo pranzo te lo ricorderai per il resto della tua vita.

SOCRATE: Di questo non v’è dubbio.

SANTIPPE: (Diventa seria; ripoggia la brocca) Che stolta sono. Parlo e non penso a ciò che dico. E’ domani. E’ domani che… non… non… ( smette di parlare cercando di trattenere le lacrime)

SOCRATE: (Socrate sorride, seppure con il mento serrato) Donna! E cosa fai, piangi? (si alza, va verso di lei, le tocca il viso) Non fare così. Allora devo finire i miei giorni rimpiangendo tutte le tue critiche? Restami cattiva almeno tu! Così mi sarai cara almeno quanto la tua zuppa!

SANTIPPE: (Si allontana da lui) Non ti smentisci mai! Domani ti aspetta altro che le mie parole, e ancora oggi per te valgo una zuppa!

SOCRATE: Ti sembra poco il valore di una zuppa da offenderti il paragone? (si avvicina alle ceste). Pensa al gusto leggero del finocchio ( glielo mostra) che, a poco a poco, (rimette giù il finocchio) nel lento ribollire della pentola si lega all’acre sapore del mosto di Delfi, (lo mostra e lo ripoggia) convincendolo infine di essere nati per stare insieme. Non trovi sublime questa volontà d’unione dei diversi? E il sauro, (lo mostra) che coperto d’erbe e ripieno delle noci, piano scioglie le sue carni nel brodo chiaro lasciando spine al suo passaggio, che dovranno poi esser evitate con attenzione. Non ti sembra il viaggio dell’amore che si scioglie negli abbracci meravigliosi e tante spine porta poi con sé? Mi guardi stupita. Ti sembra ancora poco il valore di una zuppa?

SANTIPPE: No, non è questo. Sono stupita che rivolgi a me le tue frasi migliori. Sino a ieri ero ti schernivi di me con i tuoi amici, e tutta Atene rideva delle tue parole, e oggi…

SOCRATE: Vieni qui, avvicinati. Prepariamo insieme questo ultimo piatto. Ti devo parlare.

SANTIPPE: (sorpresa) Vuoi cucinare con me?

SOCRATE: (sbuffando) Va bene! Non cucinerò. Ma avvicinati, discutiamo.

SANTIPPE: (Si avvicina, inizia a sistemare le cose che ha portato: La pentola sul focolare, la brocca sul tavolo, le verdure sul tagliere.) Lamprocle tuo figlio ha chiesto di te, mi ha detto che verrà domani e ti chiede di ripensarci.

SOCRATE: lascialo dire, è solo un ragazzo

SANTIPPE: Mi ha chiesto di convincerti a cambiare idea. Io, io che riesco a farti cambiar proposito! Che follia. Veramente l’idea di un ragazzo!

(Mentre parlano Socrate è vicino a lei, ora a destra se lei si sposta a destra, ora a sinistra se lei si sposta a sinistra. Questo movimento fa si che i due siano sempre di impiccio all’altro durante tutto il colloquio)

SANTIPPE: Per Demetra fermati! Mettiti seduto, mi stai facendo girare la testa!

SOCRATE: (Sospirando si mette seduto) Scusami, la serenità non è dell’oggi. Domani. Domani sarà tutto più chiaro. Ti devo parlare Santippe. So che tra noi ci sono state spesso parole non facili…

SANTIPPE: (annuisce continuando a preparare la zuppa)

SOCRATE: … riconoscerai che mai ti ho discusso come madre dei miei figli, come custode della nostra casa comune.

SANTIPPE: (accondiscende ma sempre un po’ sulle sue) Questo non ti ha certo mai impedito niente!

SOCRATE: Vuoi forse dire che io non mi comporti da buon ateniese?

SANTIPPE: (Alterandosi leggermente) Non provare a fare i tuoi giochetti da maestro! Stai parlando con me, e i tuoi torti sono con me, non con Atene!

SOCRATE: (Attimo di silenzio. Abbassa la testa come colto in fallo) Hai ragione, scusami. Non c’è tempo per il passato. Devo dirti cose importanti e il giorno è così breve. Fossi stato come Ippia di elide o Prodico di Ceo, avidi insegnanti di virtù e conoscenze, ti lascerei ricca di danari. Così non è stato, e solo le mie parole posso lasciarti. Una debole eredità.

SANTIPPE: (Mettendosi seduta e leggermente ironica) Mostrami allora la tua debole eredità

SOCRATE: Ma… la zuppa?

SANTIPPE: Lasciamola cuocere.

SOCRATE: (è dubbioso se iniziare a parlare) Io dissi donna, che è saggio chi sa di non sapere. Ora donna, ti spiegherò l’arcano affinché ti sia di giovamento.

SANTIPPE: (sbuffa, si alza e torna a girare la zuppa. Si gira) Tu! Tu vuoi spiegare a me come è saggio chi sa di non sapere? Hai forse dimenticato che sono una donna?

SOCRATE: Per questo ora ti parlo!

SANTIPPE: Tu non vuoi intendere! Hai forse visto in Atene mogli dotte a seguir le tue parole o quelle dei tuoi pari?

SOCRATE: Certo no! Sei tu che non mi intendi! E’ per questo che ti lascio le mie parole!

SANTIPPE: (si rimette seduta accanto a lui) Socrate caro (accondiscendente); è forse falso che le donne in Atene non ricevono insegnamenti?

SOCRATE: no

SANTIPPE: E’ forse falso che mai migliore consigliera ha l’uomo che la donna amata?

 

SOCRATE: no

SANTIPPE: e come può colei che nulla sa delle cose degli uomini aver in sé il miglior consiglio?

SOCRATE: (La guarda sperduto)

SANTIPPE: forse che essa sa di non sapere, perché a ciò è costretta, e di questo fa scuola di saggezza? (si alza e torna a girare la zuppa)

SOCRATE: (La segue con lo sguardo, poi abbassa la testa pensieroso) Invero il tuo pensiero lascia il segno. Di queste mia parole forse non hai bisogno. Ragioneremo allora della virtù. Di come la si apprende e la persegue sì per esser sempre migliore; Fare il buono e allontanare il male.

SANTIPPE: (assaggia la zuppa, aggiunge un pezzo di finocchio) E spiegami allora cos’è questa virtù che sempre ho pensato di aver le idee confuse sull’argomento, e sempre da te avrei voluto chiarimento, se ci fossi stato. Se non fossi stato occupato a praticare il buono nel quartiere dei ceramisti, lì dove i lupanare sono più delle botteghe. Dove la virtù non costa più di una moneta.

 

SOCRATE: Mi torni sempre agli stessi discorsi! Perché di essere un uomo mi fai colpa?

SANTIPPE: Preferiresti la pietà per il tuo essere uomo?

SOCRATE: Basta! Torniamo a discettare di virtù

SANTIPPE: Si, torniamo alla tua virtù, è meglio! (ironica)

SOCRATE: (sospira) Io ebbi a dire che la virtù non è frutto di scienza né di natura, e la giusta opinione, se un uomo l’ha, egli l’ha per divin fato. Ora, seppur io dissi questo, pure di una donna si intende che la sua virtù e in governar bene la casa, ed esser massaia, e ubbidiente al marito.

SANTIPPE: (si alza di nuovo e va alla pentola a girare la zuppa) E questa è tutta la virtù che mi vuoi lasciare?

SOCRATE: E’ vero, è solo uno spicchio di virtù, ma quando non ci sarò più, se vorrai tornare sposa onorata con un nuovo marito, queste sono le virtù che dovrai mostrare.

SANTIPPE: Che pensiero profondo, da un maestro come te non mi aspettavo meno. Pensa, che come umile sposa, ignorante quale sono, mi ero fatta una idea diversa della tua arte.

SOCRATE: Donna, questa è la più difficile delle mie discussioni.

SANTIPPE: (torna vicino a lui e gli siede accanto) Supponiamo che io sia Menone, o Fedone, e sia qui a porti una quesito.

SOCRATE: Quale quesito?

SANTIPPE: Può un uomo d’Atene esser rinchiuso nel retro della casa per tutta la vita, costretto a non incontrar che poche genti, aver negati quasi tutti i riti, amare chi lo tradisce con schiavi e concubini. Può un uomo così trattato mantenersi retto e giusto e perseguire solo il bene?

SOCRATE: Che quesito è questo. Nessun uomo d’Atene è così trattato!

SANTIPPE: Ben lo so! Nessun uomo d’Atene è trattato così. (ironica) Rispondi allora.

SOCRATE: Per rimanere retto e giusto davvero forte dovrebbe essere la sua anima. Capace di vedere il bene anche li dove è solo lo scuro della sopraffazione.

SANTIPPE: Diresti quindi che quest’uomo è forte di virtù. Di quella virtù frutto del divin fato di cui hai tanto parlato.

SOCRATE: Si, lo direi.

SANTIPPE: (si rialza e va verso la pentola. Ne assaggia il contenuto. E’ soddisfatta del sapore) Allora vedi mio caro, ti ringrazio della tua virtù, ma posso accontentarmi della mia.

SOCRATE: (Socrate vorrebbe controbattere. Apre la bocca come per parlare, poi ci rinuncia.)

Santippe prende due scodelle e le pone sulla tavola apparecchiando. Prende la pentola e versa la zuppa nei piatti

SOCRATE: Ancora una volta i tuoi pensieri non hanno bisogno delle mie parole. (sospira) Dovrei essere felice della forza del tuo sentire, eppure…

SANTIPPE: La zuppa è pronta. Assaggia.

SOCRATE: …eppure avrei preferito almeno lasciarti parole, se non monete; e neanche questo sono riuscito a fare!

SANTIPPE: (sbuffando) Assaggia la mia zuppa e dimmi se ti piace!

SOCRATE: (La guarda un attimo, poi prende un cucchiaio e assaggia. Chiude gli occhi, assapora) Delizia degli dei. La tua zuppa attica rimane insuperabile.

SANTIPPE: (Sorride) Su questo siamo d’accordo. (si siede anche lei. Inizia a mangiarne)

Socrate e Santippe si guardano. Lei gli prende la mano

SANTIPPE: Socrate caro, davvero pensi che io voglia queste tue parole come ricordo? Io voglio te. Scegliamo l’esilio, scappiamo da Atene. Lo possiamo fare. Platone, Alcibiade… Tutti! Tutti ci aiuteranno. Tutti è pronto per la fuga.

SOCRATE: (ritira la mano) Mai! Cosa mi chiedi. Non posso e non voglio venire meno alla mia decisione!

SANTIPPE: (Si alza) Stolto! Stolto eri e stolto rimarrai! Tu e i tuoi folli insegnamenti che ti daranno la morte!

Sono entrambi voltati a evitare di guardarsi. Poi Santippe si gira, lo guarda, ne ha pena e dolore. Si risiede. Riprende in mano il cucchiaio

SANTIPPE: Dai, mangiamo che la zuppa si fredda, e lo sai che poi non ti aggrada.

Socrate si gira piano, incerto, poi riprende il cucchiaio e continua a mangiare.

SANTIPPE: Scusa questa tua moglie che ha parlato ancora una volta con la voce dell’amore. Non mi importa della tua filosofia, delle tue virtù e dei tuoi peccati. Serberò con me solo i tuoi sorrisi, il colore dei tuoi occhi in quelli di nostro figlio;

SANTIPPE: E i nostri litigi.

 

Socrate la guarda, accenna un sorriso

SOCRATE: Atene sarà triste senza le nostre grida.

SANTIPPE: Io lo sarò di più. ( Si tengono la mano in silenzio).

FINE

SIPARIO

Nota: Questo "quadro teatrale" è stato scritto per essere inserito in un lavoro a più mani dal titolo " zuppa d'autore" che il circolo Bel amì ( www.bellami.it) metterà in scena tra maggio e giugno a Roma. Purtroppo l'argomento del quadro non corrispondeva allo spirito dell'opera nel suo complesso, quindi per quella occasione verrà rappresentato, tra gli altri, un mio  "quadro" più ironico, che pubblicherò più avanti. Però mi andava di pubblicare anche questo e allora eccolo qui. Accetto critiche.

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categoria:cultura, donne, teatro, femminismo, socrate, santippe
giovedì, 20 dicembre 2007

L'altro giorno leggo la notizia che nello storico quotidiano della sinistra "Il Manifesto" si discute se togliere o meno la testatina quotidiano comunista.  Caspita! - mi sono detto - e questo dibattito mi interessa! E qui non si discute mica delle piccole cose di tutti i giorni. Qui siamo sui massimi sistemi. Discutiamo dell' identità. Perchè, si sa, li c'è il comunismo, e si capisce che perdere la testatina è un pò morire. Si comincia così: Prima perdi la testatina, poi fai una carta di credito (e vai subito a rosso), ti compri la macchina nuova, fai una vacanza in un villaggio e zac! senza rendertene conto sei caduto nel sistema capitalistico e non c'è più niente da fare.

Quindi bisogna pensarci bene. Ci rifletto, mi leggo gli interventi. ce n'erano due, uno di D'eramo e uno di Parlato. Quello di Parlato mi è particolamente piaciuto. Poetico. Il paragone tra la fatica di Sisifo e la realizzazione del comunismo mi ha colpito. Ancora di più mi ha colpito la sua scelta di considerare  solo il sisifo felice.  Mi dirai tu: Sisifo felice? E come può essere felice Sisifo, che sempre deve ricominciare da capo  a portare il suo fardello.

Semplice, ti risponderà Parlato: Se tu lo becchi un attimo prima che scopra di dover ricominciare - e quindi convinto di avercela fatta - vedrai che lo trovi felice.

Ah!..., dirai tu facendo silenzio e  sottraendoti per cortesia a ogni ulteriore commento. E invece no cacchio!  Onore a chi ha mantenuto viva una speranza di società diversa, ma il comunismo sisifista no!  Ma possibile che non si può dividere mai il bello e il brutto delle cose per conservare il bello? Ma perchè non si può pensare di fare un passo avanti, e magari meno annichilato.

Così ho inviato la mia opinione (cioè in sintesi dichiararsi quotidiano di ispirazione marxista e basta). Purtroppo non ho visto il mio scritto. Credo sia stato cestinato all'origine. Peccato. Un così interessante dibattito.

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categoria:cultura, comunismo, ironia, editoria
sabato, 08 dicembre 2007

Ieri sono stato alla grande fiera del libro che si svolge a Roma da qualche anno, dedicata alla piccola e media editoria. Dico grande non perchè sia poi così grande fisicamente. Però vi è rappresentata una editoria così viva e vitale, che davvero si può definire grande.

C'ero stato anche lo scorso anno, quando ho iniziato ad immaginare questo percorso di microeditoria che ora sto finalmente iniziando a percorrere. Il tempo trascorso, le impressioni di ieri, ma soprattutto quelle di oggi sono, per me chiarificanti.

Il tempo aiuta sempre nella riflessione. Lo stesso oggetto di studio, osservato a distanza di tempo dà nuovi frutti. Siamo noi, certamente che mutiamo, e muta infine il nostro giudizio finale. Si affina.

Quindi, se un anno fà, immaginavo la mia presenza in questa fiera come un punto di approdo, quest'anno ho scoperto che non lo immagino più. Credo che, se tra un altro anno sarò lì, con il mio piccolo banchetto e i dieci (se tutto va bene) titoli che spero di editare, infine sparirò nella moltitudine di editori. Tutti tra l'altro più forti e piazzati di me.

Mi interessa tutto questo? Non troppo, confesso. Ma Allora? L'impulso a crescere, a trovare lo spazio commerciale, ad occupare un'area sempre crescente deve essere connaturato all'impresa commerciale. E' la sua natura, ( mi viene in mente la favola dello scorpione che uccide la rana dopo averla convinta a traghettarlo al di là dello stagno, e così facendo condanna ambedue a morte. Alla domanda della rana: - perchè?  Lo scorpione risponde: - è la mia natura) la natura di una iniziativa commerciale.

Ebbene, ho capito che io intendo la mia creatura non come impresa commerciale, ma come impresa artigianal-artistica. Dove il suo senso è nella realizzazione dell'opera, di tutto ciò che compone la sua nascita, la sua pubblicizzazione, la sua distribuzione. Tutto insomma quello che compone il sistema produttivo editoriale si, però con l'obiettivo che il tutto sia bello, completo. Bello e completo per il mio gusto, per ciò che ritengo coerente.

Questa è, nei fatti, per ogni opera, la creazione di di pezzi unici. Poco commercio, molto artigianato. Se non me ne vergognassi, direi anelito verso l'arte.

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categoria:cultura, editoria
domenica, 02 dicembre 2007
 Donna prigioniera - A Ingrid Betancourt.


Fragile spirito

prigioniero

del tempo negato

e della ragione

di stato.

Testimone silente,

opera divina

di natura umana

e sentimento

di donna.


Misero è il mondo

delle distanti lacrime,

misero è l'uomo

delle ragioni inutili.

Misero è il tempo nostro

che sordo resta

al grido tuo.


Donna,

non piangere ora.

Abbraccia forte ancora

il mondo tuo

i ricordi, gli affetti

e la speranza

dei giorni migliori.

Noi siamo lì

come figli, amici

e mariti lontani.

Noi siamo lì

e canteremo insieme

e grideremo ancora

e rideremo forte.

Noi siamo li.

Non piangere ora.

 

postato da: Faberjack alle ore 12:44 | Permalink | commenti
categoria:cultura, donne, femminismo, betancourt