Ho riflettuto molto sul senso del continuare a fare politica, a sinistra. O a fare semplicemente politica.
Soprattutto se ha poi senso continuare a impegnare tempo nella discussione sul "come" fare politica. Sul fatto cioè di arroventare la discussione sul metodo, sull'organizzazione, abbandonando - o al meglio tralasciando - quelli che poi sono i problemi reali della società, del territorio.
Ho deciso che basta. Non mi interessa più la discussione valida solo per se stessa. Essa deve, dovrà, essere sempre legata alla realizzazione.
Credo cioè che si esce - a sinistra - da questa impasse sestessocentrica solo facendo, producendo fatti, azioni nel sociale. Cercando di incidere - con i limitati strumenti a disposizione certo - in maniera positiva nella disastrosa situazione del nostro paese, che dal micro al macro sociale continua a precipitare verso il peggio.
Certo, il lavoro così fatto è quasi invisibile. Chi vede, in un municipio per esempio, che gare mai fatte ora vengono svolte? Chi vede l'affannoso lavoro di ricerca delle risorse per permettere almeno i lavori urgenti nelle strade? Chi vede la difficoltà di tenere aperto uno spazio a disposizione di tutti i cittadini, qualsiasi siano le loro etnie, nell'Italia di oggi? Chi vede la difficoltà di mantenere aperto un teatro per salvare posti di lavoro, per evitare il degrado del territorio?
Nessuno, pochi. L'opera scompare nel mare magma dell' indifferenza quotidiana, della folla eterodiretta, degli interessi personali che cercano - incredibilmente - di annullare l'opera svolta, di isolare chi agisce.
Rimane però, per chi agisce, la consapevolezza della sua "diversità". Quella diversità che molti anni fa fece fare una bella scena di un film di Moretti, e che purtroppo in tanti hanno lavorato sul cancellarla da sè andando felici verso l'omologazione;, quasi la diversità fosse un insopportabile peccato originale. E invece quella diversità era ed è la nostra ricchezza. La nostra possibilità e capacità di cambiare le cose.
Quindi, un giorno dopo l'altro credo che farò, e basta.







