lunedì, 28 gennaio 2008

Ieri ho visto uno dei più bei film degli ultimi tempi. Titolo: Into the wild

A me era capitato di leggere anni fa il libro da cui è tratto (la prima edizione è del 1996), ma questo è uno di quei casi in cui il film è infinitamente superiore al testo scritto. C'è da dire che comunque il libro non è un romanzo, ma è nei fatti l'approfondita indagine di quanto avvenne a Chris McCandless, giovane universitario che in cerca dell'avventura abbandonò tutto per andare nelle terre estreme, l'Alaska. L'ultima frontiera selvaggia degli Stati Uniti. Sarebbe però limitante descrivere il viaggio di Chris solo una ricerca di avventura. Più esatto è dire che la sua è una ricerca di verità. Di quella verità che si trova solo negli assoluti, e nulla è più assoluto della natura selvaggia.

Comunque la bellezza del film non è solo nella descrizione della ricerca. Il regista, Sean Penn riesce a riportare allo spettatore per intero l'anima di questo giovane (ha 20 anni quando parte) facendoci vivere i suoi disagi, il suo percorso di crescita. Con la tecnica del flash back siamo sempre dietro a Chris, e ai suoi sentimenti, secondo la via non lineare che ognuno di noi sperimenta nella acquisizione della propria consapevolezza personale. Il girovagare del giovane è poi sottolineata da una colonna sonora di prima qualità curata da Eddie Vedder leader dei Pearl jam che nei testi - molti sottotitolati - oltre che nei suoni fa rabbrividire e vibrare insieme.

Da vedere assolutamente.

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Descritto il film, vorrei però aggiungere alcune note personali. Sensazioni e piccoli ricordi che questo film ha risvegliato in me. Il libro io l'avevo letto perchè qualche anno fa, non molti veramente, avevo  deciso di realizzare la mia piccola avventura: con la mia piccola barchetta a vela 5,40 m sarei partito da Fiumicino (Roma), da solo, per arrivare in Calabria. Amantea, poco sotto Paola, provincia di Cosenza.

Diciamo un'avventura di media difficoltà. Viaggiare in barca da soli è una piccola esperienza mistica, e comunque io non dovevo mica traversare l'oceano. Si trattava in fondo di non più di 250 miglia. Però le cose quando si fanno, se si fanno, devono essere fatte bene. E quindi mi sono preparato, per bene: Preparazione fisica, tecnica. Ho letto molto sui viaggi in solitario, su come si organizzano, come si gestiscono. Per cercare di aumentare la sicurezza.

Io non sono uno storico velista. La mia frequentazione di barche ha origini tutto sommato recenti; non più di otto anni. e anche se oggi ho la patente nautica per oltre le 12 miglia, chiunque va per mare sa che li, tra le onde, la misura della capacità è data soprattutto dall'esperienza. E io non ne ho molta e allora ne avevo ancora meno. Quindi, c'èra un solo modo per acquisire l'esperienza che non avevo: cercare di ascoltare quella degli altri e farla mia. E allora giù letture di avventure estreme, di organizzazione di viaggi nautici, diari di bordo, etc. In questo percorso ho incontrato anche il povero Chris McCandless, la sua avventura, i suoi sbagli. Di cui ho cercato di fare tesoro. E qualcosa è pure rimasto, visto che al mio piccolo viaggio sono sopravvissuto sia in andata che al ritorno, sempre da solo, nel mio piccolo guscio a vela.

Però non è solo questo ciò che ieri al cinema ha smosso i miei sentimenti. In verità mi ha emozionato molto di più la sensazione, vivamente descritta dal regista, del piacere fisico del protagonista quando, solo, si trova immerso nella natura. Li mi sono ritrovato in mare aperto, di notte al largo tra la basilicata e la Calabria, lì dove non vedevo più le coste, in un mare un pò troppo aperto per la mia barca, le vele aperte a prendere quel poco vento che c'era, nel silenzio più assoluto dell'uomo, con il leggero sciabordio delle onde come unico rumore a farmi compagnia. Un bello assoluto.

Poi, insieme, la consapevolezza, che ho acquisito durante la mia piccola avventura, che le cose belle vanno condivise. Che la solitudine è un'esperienza si fortificante, ma insieme un tragico limite alla crescita personale. E anche questo c'è nel film.

Insomma mi ha toccato.

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sabato, 26 gennaio 2008
Quando ero ragazzo ( 'zzo una volta ero un ragazzo! Una volta!! Tipo: c'era una volta; oppure stretta la foglia, larga la via..) il sabato era un giorno di trepide emozioni. Iniziavano già nel primissimo pomeriggio, subito dopo l'uscita dalla scuola, sempre che non ci fosse stato un provvidenziale sciopero, manifestazione, corteo, collettivo, assemblea, o una più semplice sega. Iniziava, il “sabato del villaggio cittadino” con un frenetico giro di telefonate e relative attese di comunicazioni (allora, in quel paese dei campanelli il tutto avveniva tra la stanza e il corridoio, appollaiati cioè nei pressi del telefono, perché i telefonini erano solo nei libri di fantascienza). Dopo esagitate concertazioni tra le più disparate ipotesi di uso del tempo, si finiva per non trovare alcun accordo, e decidere quindi un appuntamento “al solito posto”. Il solito posto era Piazza Strozzi, ameno luogo del quartiere Prati in Roma, casualmente e fortunatamente sotto casa mia, cosicché io dovevo solo scendere per essere puntuale (dopo l'adolescenza non sono mai più stato così puntuale), anzi, mi affacciavo: se era arrivato qualcuno scendevo se no, no. Poi si passavano alcune ore ad attendere tutti, e alla fine, iniziava la parte ludica del sabato: gelato, discoteca, infrattamenti vari, feste, e non mi ricordo più. Con il passare degli anni, il tempo del sabato si dilatò. Iniziava sempre nel pomeriggio, ma non finiva più all'ora di cena, al contrario proseguiva nella sera, poi nella notte. A volte sino al mattino. I protagonisti variavano con le ore. Diciamo che con l'avanzare del buio gli attori del sabato si facevano più crepuscolari: le ragazze solo quelle scafatelle, i ragazzi anche. Si arrivava a notte fonda dove nelle case di amici o in qualche discoteca malfamata rimanevano solo piccoli gruppi di bohemien a cui Baudelaire, Rimbaud e tutti i poeti maledetti del passato secolo non avevano davvero più niente da insegnare. E di colpo siamo caduti negli anni di piombo. Quei piccoli gruppi si sono sciolti; qualcuno s'è proprio fuso. E mentre avanzavano a passi di gigante i “favolosi anni ottanta”, il mio sabato diventava più scarno, ricercato. Intanto le serate hanno preso ad iniziare molto, molto più tardi. Poi ho iniziato a odiare il caos del fine settimana. In più i miei migliori amori come minimo abitavano a cinquecento chilometri da me. Risultato: il mio “sabato” è migrato in altre date, tipo il mercoledì. Il mercoledì era ottimo. In tv ci sono le coppe,a me il calcio non interessa: è il giorno migliore per le coppie clandestine e per stare comodi nei locali. Gli uomini a casa a guardare la partita le donne fuori con le “amiche”. Poi mi sono accoppiato stabilmente e in pochi mesi ho figliato. Il sabato si è trasformato di nuovo: solo coppie, con figli, in casa. Perché “nei locali c'è troppo casino per i bambini”. Il sabato è diventato week end, da passare fuori porta magari, oppure da consumare durante il giorno, ma rigorosamente casalingo la sera. La notte cancellata.

Bene, i figli crescono, e inizia il loro sabato sera, e si diventa dei provetti taxisti. Specializzati nel portare figli da sconosciuti compagni di classe o in lontanissime pizzerie di periferia, da dove verranno recuperati solo a notte fonda, con corredo di amiche da riaccompagnare anch'esse qua e là per la città.

Ora siano all'ulteriore trasformazione. Al sabato, della figlia più grande si perdono spesso le tracce. Al più un SMS: "nn torno. Sono da Sara,Carlotta,Nicoletta,Stella...". La piccola fa le cene con gli amici, e la cosa inizia cosi, con una domanda: "Sabato che fate, uscite?" Della serie: uscite per favore che mi serve casa.

Risultato finale al sabato 26 gennaio 2008: Mia figlia grande boh? Mia moglie a una festa di colleghe, mia figlia piccola cena a casa con i compagni di classe, io in giro per tutta la sera, almeno sino alle 23,30

Ma esattamente voi, che fate stasera? Un cinemino no? Una pizza, una passeggiata. Accetto inviti.

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venerdì, 25 gennaio 2008

Il progetto di scrittura collettiva va avanti. Spero di essere pronto entro febbraio. Ho realizzato le pagine contenitore e il meccanismo di condivisione dello scritto. Ne ho trovato uno in rete che mi sembra ottimo, ed è anche gratis. Gentile offerta di google. Sto scrivendo il regolamento dell'iniziativa. Praticamente sembra un contratto di pubblicazione, ma non può essere altrimenti perchè passando direttamente dal laboratorio alla pubblicazione è per forza necessario normare il rapporto tra casa editrice e scrittori. Credo però di essere stato onesto. Ho cercato di prevedere tutte le casistiche della pubblicazione editoriale, ho previsto i diritti per la vendita editoriale e per tutti i tipi di sfruttamento, eccetera, eccetera.

Ho delineato la prima trama: è un romanzo di fantascienza. Ora tocca alle altre.

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venerdì, 25 gennaio 2008

A volte è sconsolante vedere come menti anche brillanti, interessanti, trovino la loro ragione d'essere principalmente nel nutrire la loro sofferenza. Mi pare veramente un buttarsi via. Meglio allora la sana e semplice masturbazione. Forse però non sono stato chiaro. Può capitare nella vita di soffrire. La sofferenza nella vita non manca mai, anzi abbonda. Si soffre per amore, per mancanza d'attenzione, per troppa attenzione, e ancora non ho detto del dolore fisico. Insomma i motivi sono tanti. Solo che alcuni nella sofferenza; anzi meglio, non nella sofferenza in sè, più nell'atto perpetuato del soffrire, iniziano a trovare le ragioni del loro essere, del loro esistere. Come Narcisi innamorati di se, questi sofferenti sono innamorati del loro soffrire, e tutto diviene legittimo per il dolore.

Il dolore poi diventa fonte di ispirazione artistica, il che è anche legittimo. Solo direi che così come il dolore non può essere l'unica ragione di vita, allo stesso modo non può essere l'unica fonte di ispirazione artistica. Io credo, anzi io so che la gioia è ispirante quanto il dolore, così come l'ingenuità, i colori dei fiori e gli uccelli canterini. Quindi in quanto uomo che gioca con i versi liberi e le rime baciate rivendico il diritto di poetare sulla felicità.

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categoria:poesia, donne
lunedì, 21 gennaio 2008

L’ULTIMO
Io sono l’ultimo
dei tuoi pochi pensieri
e conservo il ricordo
di ciò che eri.
Io sono l’ultimo
dei giorni di ieri,
e dalla tua storia
non mi puoi cancellare.
Io sono l’ultimo
dei baci che hai avuto
nel calore del sole,
in un prato fiorito.
Io sono l’ultimo
degli attimi veri,
la cattiva coscienza
dei tuoi pochi pensieri.

IL PRIMO
Io sono il primo
dei pensieri del giorno,
sono la mano
che ti stringe piano,
sono il conforto
del giorno più torto.
Io sono il primo
dei tuoi sguardi stupiti
io sono i baci,
al mattino,
sbadati.
Io sono il primo
e vivo il presente
di tutto il resto
non m’importa niente.

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mercoledì, 16 gennaio 2008

Nel lavoro che svolgo quando non mi occupo delle mie speranze editoriali, ho a che fare con clienti tra loro molto, molto diversi. Diversi intendo per peso economico. Si va dai grandi enti ai piccoli comuni, oppure grandi aziende e/o piccoli privati. Tutti però interessati all'acquisto del servizio offerto.

Bene, è da molti anni che mi sono preposto come modalità di comportamento quella di tenere verso tutti indistintamente lo stesso comportamento. Cioè un cliente che spende pochi euro è uguale a un cliente che spende molti euro. Punto e basta. A tutti il massimo del servizio possibile.

Perchè? Perchè - come direbbe Montalbano - "mi sono fatto pirsuaso" che la democrazia, la vera democrazia sia anche una questione di atteggiamenti personali verso l'altro, nel piccolo mondo che ci circonda. E io sono democratico, mi sento democratico, voglio praticare la democrazia. Considerare cioè tutti uguali di fronte a se stessi, tutti con gli stessi doveri, gli stessi diritti.

Un altro esempio: non molti anni addietro giravo con una grossa Volvo. Era bella, enorme. Bene, non so perchè, ma quando ero in autostrada sulla corsia di sorpasso,  le altre auto, molte altre auto, mi cedevano il passo, mi davano strada. Ma non è che io lo avessi chiesto o che corressi (anche perchè la volvo era bella si, ma immobile praticamente), direi più che altro per servilismo. Oggi, che giro con una più modesta Agila, vedo che invece sulle autostrade si PRETENDE  che io, in quanto viaggiatore su un'utilitaria dia strada. Incapaci cioè anche nel traffico di esercitare la democrazia nei suoi diritti e nei suoi doveri.

Ora, credo che il web abbia molte carte per essere un bel posto dove esercitare una democrazia abbastanza autentica. Peccato che chi lo abita sia ancora umano, e abituato al servilismo interiore prima che esteriore. Peccato, perchè questo altera tutti i giudizi.

Senti a me, webbano, uccidi il servo e il padrone che sono in te e prova a fare da solo. Ne guadagnerai in coscienza personale, in autostima, in capacità.

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categoria:cultura, web
sabato, 12 gennaio 2008

Qualche giorno addietro ho postato una mia poesia su Ingrid Betancourt, dal titolo Donna Prigioniera. Scoprendo poi che le FARC hanno un sito internet, ho preso e ho inviato loro la poesia. Questa settimana due donne ostaggio delle FARC sono state liberate dopo oltre cinque anni di prigionia.

Ora, io lo so che tra i due avvenimenti (l'invio della mia poesia e la liberazione degli ostaggi) non c'è proprio alcun nesso. Ma quanto mi piace pensarlo. Pensa che bello un mondo in cui una poesia ha la forza di liberare degli ostaggi. Frasi in rima più efficaci di un battaglione dell'esercito.  Non è così vero?

No, non è così, lo so. E' inutile ripetere, ho capito. No, grazie, mi sento bene. Ti ho detto che non le sento le voci!

Caspita! Non si può immaginare un mondo poco poco migliore senza passare per matto! Vabbè, io però un grazie alle FARC lo mando lo stesso. A perdere. Un pò di cortesia non guasta.

 

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categoria:poesia, betancourt
venerdì, 11 gennaio 2008

Nel web ho trovato diverse operazioni di scrittura collettiva. Affascinanti. Sto pensando di realizzare un laboratorio di scrittura collettiva. Devo però idearne le forme. Mi piace l'idea. Ma come farlo? Ci sono tante possibilità. Si potrebbe delineare una trama, iniziare a scrivere e poi far partecipare tutti alla costruzione della storia. E la direzione del progetto? Di che tipo dovrebbe essere? Io avrei gusto nel coordinare un progetto di questo tipo. Ma la scrittura a più mani può essere di molti tipi, cioè: ognuno può scrivere un capitolo, una parte; ognuno può scrivere modifiche agli scritti realizzati, aggiungendo o togliendo elementi. Sono due modi diversi di fare scrittura collettiva.

In realtà non è che poi non si possano praticare entrambi.

Poi c'è il problema della forma informatica: Il laboratorio di scrittura in forma di blog? Comodo, ma non mi basta. Vorrei qualcosa di più. Potrebbe essere un blog, ma anche altro.

Ci sto lavorando. L'idea mi piace. 

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categoria:cultura, editoria
mercoledì, 09 gennaio 2008

Caro Stefano,

anche se non leggerai queste mie righe, ho deciso di scriverti lo stesso. D'altronde so che non sei assente per tua volontà, quindi ti perdono. L'anno è appena iniziato ma diciamo che anche da questo non è che mi attenda cambiamenti epocali. Io continuo a cercare almeno di rimanere vivo dentro, e già questo ti assicuro, non è facile. Purtroppo non ho mai avuto la tua ironia nell'affrontare le brutture di ogni giorno, ma credimi, sto imparando. Non ho detto a Roberto e a Stefano C. che ti avrei scritto, e neanche glielo dirò (credo), ma sono sicuro che anche loro avrebbero voglia di scambiare quattro chiacchiere con te. Mi piacerebbe riportarti qualche notizia di tuo figlio o di tua moglie, ma è molto che non li vedo. Lo scorso febbraio, per i miei quarantaquattro anni ho organizzato una grande festa; sai, quella che in genere si fa per i quaranta, ma io allora ero così depresso che quasi non festeggiai. Allora a quarantaquattro mi sono rifatto: Ho rintracciato tutta la gente che negli anni mi è stata cara iniziando dai quattordici anni sino ad oggi. Molti li ho trovati. Di alcuni si sono proprio perse le tracce. Francesco non è venuto, chissà poi perchè. Forse non eravamo così amici come pensavo; ci sono rimasto un pò male, ma chissenefrega. Marco invece - che nel frattempo si è trasferito a Punta Ala e sta con una tedesca - è tornato apposta a Roma. C'erano anche Antonellina e Roberta. Ci sono rimaste molto male quando hanno saputo che non saresti stato presente. Comunque tutto questo per dirti che avevo invitato anche tua moglie, ma lei non è venuta. Forse non se la è sentita di vederci così, tutti assieme, senza di te. Boh! Comunque in definitiva non so come stanno. Credo bene però. Con Stefano C. e Roberto invece ci incontriamo; non dico spesso, ma ci incontriamo. Troppo spesso non sapremmo neanche che dirci. Però quando ci ritroviamo è come era una volta. Anche se tu chissà dove sei. Di te parliamo spesso, ma che possiamo fare?

Sai, vorrei scrivere di noi quattro, della nostra amicizia, del passato. Ho iniziato a buttare giù una trama, ma aggiungo due righe a volta, poi la lascio lì. Evidentemente non è ancora il momento. Eppure vorrei, perchè più tempo passa, più i ricordi mi sfuggono. Non è facile che credi! Vorrei raccontare una storia dove ci sia la nostra adolescenza, quegli anni così complicati, le donne, i giochi, gli sconvolgimenti. Tutto insomma, ma non è affatto semplice.

Ieri mi è sembrato di vederti, a un semaforo. Fermo in moto ad attendere il verde, ma mi sono sbagliato. Lo so che mi sono sbagliato. La moto era rossa, come la tua, (era rossa vero?) ma so che non poteva essere la tua. La tua si è distrutta nella caduta, quindi non poteva essere la tua, e sicuramente non potevi essere te. Ogni tanto immagino che non tu non sia morto, ma semplicemente assente. Sei in viaggio per lavoro e prima o poi ritornerai, e allora potrà succedere di incontrarsi casualmente per la città, così come è successo più di una volta. Incontrarsi e organizzare una bella rimpatriata tra vecchi amici, per raccontarci di noi, ridere dei successi e degli insuccessi, dei nostri difetti che il tempo non riesce proprio a scalfire; per parlare di tutto, come sempre. Invece è solo una fantasia, come questa mia lettera che non potrai leggere purtroppo.  Comunque, anche se è solo una fantasia, mi ha fatto piacere parlare con te, farti uscire un pò dai miei pensieri e dai miei ricordi per portarti qui nel web, dove tutto ha un'altra vita, seppur virtuale. Ora ti saluto, anzi al mio saluto aggiungo anche quelli di Stefano C. e Roberto che so ne rimarranno contenti.

Ciao, amico mio.

 

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domenica, 06 gennaio 2008

 ZUPPA ATTICA  di Fabrizio Rasori

Socrate è sdraiato su un pagliericcio, forse dorme. Santippe entra in scena lentamente, con due grandi cesti in mano, da uno sporgono verdure e del pesce, dall’altra piatti e pentole di coccio.

Santippe si ferma al centro della scena, scuote la testa:

SANTIPPE: Guardalo! Garda come se la dorme. Il filosofo! (Appoggia pesantemente i cesti sul tavolo)

SANTIPPE: Socrate! Socrate! Ma come puoi dormire il tuo ultimo giorno di vita! E già! ma tanto! Cosa importa a lui della famiglia! Di chi rimane! Noi dobbiamo tenere il punto, dobbiamo! Noi beviamo la cicuta, noi! Noi siamo filosofi, noi!! Socrate! Sveglia!

SOCRATE: (Socrate si sveglia, e la guarda) Santippe, moglie mia, sei qui. Ho avuto un incubo. Ho creduto di sognare le tue grida; (pausa) ora che ti vedo so che non era un sogno.

SANTIPPE: (Si allontana da lui ) Mi hai chiamato tu, no? O ne sei già pentito? Preferiresti forse Alcibiade? Come ieri, quando mi mandaste via per rimanere soli, non è vero forse?

SOCRATE: (Socrate si è seduto e si è stropicciato gli occhi; la guarda) Ma devi sempre gridare? Non hai modo di regolarla quella tua voce? Solo per oggi, ti prego. Comunque stai tranquilla, oggi, Alcibiade non verrà.

SANTIPPE: Lo hai licenziato infine?

SOCRATE: Ti ho detto che oggi non verrà; accontentati di questo.

SANTIPPE: (Sospira, si riavvicina alla cucina e alle ceste) Ho portato quello che hai chiesto: Sauro appena pescato ( mostra il pesce), finocchio dell’attica, noci del pireo, mosto di Delfi; tutto l’occorrente per la zuppa attica. E anche del vino della Tessaglia (mostra la brocca). Vedrai, (sorride) questo pranzo te lo ricorderai per il resto della tua vita.

SOCRATE: Di questo non v’è dubbio.

SANTIPPE: (Diventa seria; ripoggia la brocca) Che stolta sono. Parlo e non penso a ciò che dico. E’ domani. E’ domani che… non… non… ( smette di parlare cercando di trattenere le lacrime)

SOCRATE: (Socrate sorride, seppure con il mento serrato) Donna! E cosa fai, piangi? (si alza, va verso di lei, le tocca il viso) Non fare così. Allora devo finire i miei giorni rimpiangendo tutte le tue critiche? Restami cattiva almeno tu! Così mi sarai cara almeno quanto la tua zuppa!

SANTIPPE: (Si allontana da lui) Non ti smentisci mai! Domani ti aspetta altro che le mie parole, e ancora oggi per te valgo una zuppa!

SOCRATE: Ti sembra poco il valore di una zuppa da offenderti il paragone? (si avvicina alle ceste). Pensa al gusto leggero del finocchio ( glielo mostra) che, a poco a poco, (rimette giù il finocchio) nel lento ribollire della pentola si lega all’acre sapore del mosto di Delfi, (lo mostra e lo ripoggia) convincendolo infine di essere nati per stare insieme. Non trovi sublime questa volontà d’unione dei diversi? E il sauro, (lo mostra) che coperto d’erbe e ripieno delle noci, piano scioglie le sue carni nel brodo chiaro lasciando spine al suo passaggio, che dovranno poi esser evitate con attenzione. Non ti sembra il viaggio dell’amore che si scioglie negli abbracci meravigliosi e tante spine porta poi con sé? Mi guardi stupita. Ti sembra ancora poco il valore di una zuppa?

SANTIPPE: No, non è questo. Sono stupita che rivolgi a me le tue frasi migliori. Sino a ieri ero ti schernivi di me con i tuoi amici, e tutta Atene rideva delle tue parole, e oggi…

SOCRATE: Vieni qui, avvicinati. Prepariamo insieme questo ultimo piatto. Ti devo parlare.

SANTIPPE: (sorpresa) Vuoi cucinare con me?

SOCRATE: (sbuffando) Va bene! Non cucinerò. Ma avvicinati, discutiamo.

SANTIPPE: (Si avvicina, inizia a sistemare le cose che ha portato: La pentola sul focolare, la brocca sul tavolo, le verdure sul tagliere.) Lamprocle tuo figlio ha chiesto di te, mi ha detto che verrà domani e ti chiede di ripensarci.

SOCRATE: lascialo dire, è solo un ragazzo

SANTIPPE: Mi ha chiesto di convincerti a cambiare idea. Io, io che riesco a farti cambiar proposito! Che follia. Veramente l’idea di un ragazzo!

(Mentre parlano Socrate è vicino a lei, ora a destra se lei si sposta a destra, ora a sinistra se lei si sposta a sinistra. Questo movimento fa si che i due siano sempre di impiccio all’altro durante tutto il colloquio)

SANTIPPE: Per Demetra fermati! Mettiti seduto, mi stai facendo girare la testa!

SOCRATE: (Sospirando si mette seduto) Scusami, la serenità non è dell’oggi. Domani. Domani sarà tutto più chiaro. Ti devo parlare Santippe. So che tra noi ci sono state spesso parole non facili…

SANTIPPE: (annuisce continuando a preparare la zuppa)

SOCRATE: … riconoscerai che mai ti ho discusso come madre dei miei figli, come custode della nostra casa comune.

SANTIPPE: (accondiscende ma sempre un po’ sulle sue) Questo non ti ha certo mai impedito niente!

SOCRATE: Vuoi forse dire che io non mi comporti da buon ateniese?

SANTIPPE: (Alterandosi leggermente) Non provare a fare i tuoi giochetti da maestro! Stai parlando con me, e i tuoi torti sono con me, non con Atene!

SOCRATE: (Attimo di silenzio. Abbassa la testa come colto in fallo) Hai ragione, scusami. Non c’è tempo per il passato. Devo dirti cose importanti e il giorno è così breve. Fossi stato come Ippia di elide o Prodico di Ceo, avidi insegnanti di virtù e conoscenze, ti lascerei ricca di danari. Così non è stato, e solo le mie parole posso lasciarti. Una debole eredità.

SANTIPPE: (Mettendosi seduta e leggermente ironica) Mostrami allora la tua debole eredità

SOCRATE: Ma… la zuppa?

SANTIPPE: Lasciamola cuocere.

SOCRATE: (è dubbioso se iniziare a parlare) Io dissi donna, che è saggio chi sa di non sapere. Ora donna, ti spiegherò l’arcano affinché ti sia di giovamento.

SANTIPPE: (sbuffa, si alza e torna a girare la zuppa. Si gira) Tu! Tu vuoi spiegare a me come è saggio chi sa di non sapere? Hai forse dimenticato che sono una donna?

SOCRATE: Per questo ora ti parlo!

SANTIPPE: Tu non vuoi intendere! Hai forse visto in Atene mogli dotte a seguir le tue parole o quelle dei tuoi pari?

SOCRATE: Certo no! Sei tu che non mi intendi! E’ per questo che ti lascio le mie parole!

SANTIPPE: (si rimette seduta accanto a lui) Socrate caro (accondiscendente); è forse falso che le donne in Atene non ricevono insegnamenti?

SOCRATE: no

SANTIPPE: E’ forse falso che mai migliore consigliera ha l’uomo che la donna amata?

 

SOCRATE: no

SANTIPPE: e come può colei che nulla sa delle cose degli uomini aver in sé il miglior consiglio?

SOCRATE: (La guarda sperduto)

SANTIPPE: forse che essa sa di non sapere, perché a ciò è costretta, e di questo fa scuola di saggezza? (si alza e torna a girare la zuppa)

SOCRATE: (La segue con lo sguardo, poi abbassa la testa pensieroso) Invero il tuo pensiero lascia il segno. Di queste mia parole forse non hai bisogno. Ragioneremo allora della virtù. Di come la si apprende e la persegue sì per esser sempre migliore; Fare il buono e allontanare il male.

SANTIPPE: (assaggia la zuppa, aggiunge un pezzo di finocchio) E spiegami allora cos’è questa virtù che sempre ho pensato di aver le idee confuse sull’argomento, e sempre da te avrei voluto chiarimento, se ci fossi stato. Se non fossi stato occupato a praticare il buono nel quartiere dei ceramisti, lì dove i lupanare sono più delle botteghe. Dove la virtù non costa più di una moneta.

 

SOCRATE: Mi torni sempre agli stessi discorsi! Perché di essere un uomo mi fai colpa?

SANTIPPE: Preferiresti la pietà per il tuo essere uomo?

SOCRATE: Basta! Torniamo a discettare di virtù

SANTIPPE: Si, torniamo alla tua virtù, è meglio! (ironica)

SOCRATE: (sospira) Io ebbi a dire che la virtù non è frutto di scienza né di natura, e la giusta opinione, se un uomo l’ha, egli l’ha per divin fato. Ora, seppur io dissi questo, pure di una donna si intende che la sua virtù e in governar bene la casa, ed esser massaia, e ubbidiente al marito.

SANTIPPE: (si alza di nuovo e va alla pentola a girare la zuppa) E questa è tutta la virtù che mi vuoi lasciare?

SOCRATE: E’ vero, è solo uno spicchio di virtù, ma quando non ci sarò più, se vorrai tornare sposa onorata con un nuovo marito, queste sono le virtù che dovrai mostrare.

SANTIPPE: Che pensiero profondo, da un maestro come te non mi aspettavo meno. Pensa, che come umile sposa, ignorante quale sono, mi ero fatta una idea diversa della tua arte.

SOCRATE: Donna, questa è la più difficile delle mie discussioni.

SANTIPPE: (torna vicino a lui e gli siede accanto) Supponiamo che io sia Menone, o Fedone, e sia qui a porti una quesito.

SOCRATE: Quale quesito?

SANTIPPE: Può un uomo d’Atene esser rinchiuso nel retro della casa per tutta la vita, costretto a non incontrar che poche genti, aver negati quasi tutti i riti, amare chi lo tradisce con schiavi e concubini. Può un uomo così trattato mantenersi retto e giusto e perseguire solo il bene?

SOCRATE: Che quesito è questo. Nessun uomo d’Atene è così trattato!

SANTIPPE: Ben lo so! Nessun uomo d’Atene è trattato così. (ironica) Rispondi allora.

SOCRATE: Per rimanere retto e giusto davvero forte dovrebbe essere la sua anima. Capace di vedere il bene anche li dove è solo lo scuro della sopraffazione.

SANTIPPE: Diresti quindi che quest’uomo è forte di virtù. Di quella virtù frutto del divin fato di cui hai tanto parlato.

SOCRATE: Si, lo direi.

SANTIPPE: (si rialza e va verso la pentola. Ne assaggia il contenuto. E’ soddisfatta del sapore) Allora vedi mio caro, ti ringrazio della tua virtù, ma posso accontentarmi della mia.

SOCRATE: (Socrate vorrebbe controbattere. Apre la bocca come per parlare, poi ci rinuncia.)

Santippe prende due scodelle e le pone sulla tavola apparecchiando. Prende la pentola e versa la zuppa nei piatti

SOCRATE: Ancora una volta i tuoi pensieri non hanno bisogno delle mie parole. (sospira) Dovrei essere felice della forza del tuo sentire, eppure…

SANTIPPE: La zuppa è pronta. Assaggia.

SOCRATE: …eppure avrei preferito almeno lasciarti parole, se non monete; e neanche questo sono riuscito a fare!

SANTIPPE: (sbuffando) Assaggia la mia zuppa e dimmi se ti piace!

SOCRATE: (La guarda un attimo, poi prende un cucchiaio e assaggia. Chiude gli occhi, assapora) Delizia degli dei. La tua zuppa attica rimane insuperabile.

SANTIPPE: (Sorride) Su questo siamo d’accordo. (si siede anche lei. Inizia a mangiarne)

Socrate e Santippe si guardano. Lei gli prende la mano

SANTIPPE: Socrate caro, davvero pensi che io voglia queste tue parole come ricordo? Io voglio te. Scegliamo l’esilio, scappiamo da Atene. Lo possiamo fare. Platone, Alcibiade… Tutti! Tutti ci aiuteranno. Tutti è pronto per la fuga.

SOCRATE: (ritira la mano) Mai! Cosa mi chiedi. Non posso e non voglio venire meno alla mia decisione!

SANTIPPE: (Si alza) Stolto! Stolto eri e stolto rimarrai! Tu e i tuoi folli insegnamenti che ti daranno la morte!

Sono entrambi voltati a evitare di guardarsi. Poi Santippe si gira, lo guarda, ne ha pena e dolore. Si risiede. Riprende in mano il cucchiaio

SANTIPPE: Dai, mangiamo che la zuppa si fredda, e lo sai che poi non ti aggrada.

Socrate si gira piano, incerto, poi riprende il cucchiaio e continua a mangiare.

SANTIPPE: Scusa questa tua moglie che ha parlato ancora una volta con la voce dell’amore. Non mi importa della tua filosofia, delle tue virtù e dei tuoi peccati. Serberò con me solo i tuoi sorrisi, il colore dei tuoi occhi in quelli di nostro figlio;

SANTIPPE: E i nostri litigi.

 

Socrate la guarda, accenna un sorriso

SOCRATE: Atene sarà triste senza le nostre grida.

SANTIPPE: Io lo sarò di più. ( Si tengono la mano in silenzio).

FINE

SIPARIO

Nota: Questo "quadro teatrale" è stato scritto per essere inserito in un lavoro a più mani dal titolo " zuppa d'autore" che il circolo Bel amì ( www.bellami.it) metterà in scena tra maggio e giugno a Roma. Purtroppo l'argomento del quadro non corrispondeva allo spirito dell'opera nel suo complesso, quindi per quella occasione verrà rappresentato, tra gli altri, un mio  "quadro" più ironico, che pubblicherò più avanti. Però mi andava di pubblicare anche questo e allora eccolo qui. Accetto critiche.

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postato da: Faberjack alle ore 18:16 | Permalink | commenti (2)
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