ZUPPA ATTICA di Fabrizio Rasori
Socrate è sdraiato su un pagliericcio, forse dorme. Santippe entra in scena lentamente, con due grandi cesti in mano, da uno sporgono verdure e del pesce, dall’altra piatti e pentole di coccio.
Santippe si ferma al centro della scena, scuote la testa:
SANTIPPE: Guardalo! Garda come se la dorme. Il filosofo! (Appoggia pesantemente i cesti sul tavolo)
SANTIPPE: Socrate! Socrate! Ma come puoi dormire il tuo ultimo giorno di vita! E già! ma tanto! Cosa importa a lui della famiglia! Di chi rimane! Noi dobbiamo tenere il punto, dobbiamo! Noi beviamo la cicuta, noi! Noi siamo filosofi, noi!! Socrate! Sveglia!
SOCRATE: (Socrate si sveglia, e la guarda) Santippe, moglie mia, sei qui. Ho avuto un incubo. Ho creduto di sognare le tue grida; (pausa) ora che ti vedo so che non era un sogno.
SANTIPPE: (Si allontana da lui ) Mi hai chiamato tu, no? O ne sei già pentito? Preferiresti forse Alcibiade? Come ieri, quando mi mandaste via per rimanere soli, non è vero forse?
SOCRATE: (Socrate si è seduto e si è stropicciato gli occhi; la guarda) Ma devi sempre gridare? Non hai modo di regolarla quella tua voce? Solo per oggi, ti prego. Comunque stai tranquilla, oggi, Alcibiade non verrà.
SANTIPPE: Lo hai licenziato infine?
SOCRATE: Ti ho detto che oggi non verrà; accontentati di questo.
SANTIPPE: (Sospira, si riavvicina alla cucina e alle ceste) Ho portato quello che hai chiesto: Sauro appena pescato ( mostra il pesce), finocchio dell’attica, noci del pireo, mosto di Delfi; tutto l’occorrente per la zuppa attica. E anche del vino della Tessaglia (mostra la brocca). Vedrai, (sorride) questo pranzo te lo ricorderai per il resto della tua vita.
SOCRATE: Di questo non v’è dubbio.
SANTIPPE: (Diventa seria; ripoggia la brocca) Che stolta sono. Parlo e non penso a ciò che dico. E’ domani. E’ domani che… non… non… ( smette di parlare cercando di trattenere le lacrime)
SOCRATE: (Socrate sorride, seppure con il mento serrato) Donna! E cosa fai, piangi? (si alza, va verso di lei, le tocca il viso) Non fare così. Allora devo finire i miei giorni rimpiangendo tutte le tue critiche? Restami cattiva almeno tu! Così mi sarai cara almeno quanto la tua zuppa!
SANTIPPE: (Si allontana da lui) Non ti smentisci mai! Domani ti aspetta altro che le mie parole, e ancora oggi per te valgo una zuppa!
SOCRATE: Ti sembra poco il valore di una zuppa da offenderti il paragone? (si avvicina alle ceste). Pensa al gusto leggero del finocchio ( glielo mostra) che, a poco a poco, (rimette giù il finocchio) nel lento ribollire della pentola si lega all’acre sapore del mosto di Delfi, (lo mostra e lo ripoggia) convincendolo infine di essere nati per stare insieme. Non trovi sublime questa volontà d’unione dei diversi? E il sauro, (lo mostra) che coperto d’erbe e ripieno delle noci, piano scioglie le sue carni nel brodo chiaro lasciando spine al suo passaggio, che dovranno poi esser evitate con attenzione. Non ti sembra il viaggio dell’amore che si scioglie negli abbracci meravigliosi e tante spine porta poi con sé? Mi guardi stupita. Ti sembra ancora poco il valore di una zuppa?
SANTIPPE: No, non è questo. Sono stupita che rivolgi a me le tue frasi migliori. Sino a ieri ero ti schernivi di me con i tuoi amici, e tutta Atene rideva delle tue parole, e oggi…
SOCRATE: Vieni qui, avvicinati. Prepariamo insieme questo ultimo piatto. Ti devo parlare.
SANTIPPE: (sorpresa) Vuoi cucinare con me?
SOCRATE: (sbuffando) Va bene! Non cucinerò. Ma avvicinati, discutiamo.
SANTIPPE: (Si avvicina, inizia a sistemare le cose che ha portato: La pentola sul focolare, la brocca sul tavolo, le verdure sul tagliere.) Lamprocle tuo figlio ha chiesto di te, mi ha detto che verrà domani e ti chiede di ripensarci.
SOCRATE: lascialo dire, è solo un ragazzo
SANTIPPE: Mi ha chiesto di convincerti a cambiare idea. Io, io che riesco a farti cambiar proposito! Che follia. Veramente l’idea di un ragazzo!
(Mentre parlano Socrate è vicino a lei, ora a destra se lei si sposta a destra, ora a sinistra se lei si sposta a sinistra. Questo movimento fa si che i due siano sempre di impiccio all’altro durante tutto il colloquio)
SANTIPPE: Per Demetra fermati! Mettiti seduto, mi stai facendo girare la testa!
SOCRATE: (Sospirando si mette seduto) Scusami, la serenità non è dell’oggi. Domani. Domani sarà tutto più chiaro. Ti devo parlare Santippe. So che tra noi ci sono state spesso parole non facili…
SANTIPPE: (annuisce continuando a preparare la zuppa)
SOCRATE: … riconoscerai che mai ti ho discusso come madre dei miei figli, come custode della nostra casa comune.
SANTIPPE: (accondiscende ma sempre un po’ sulle sue) Questo non ti ha certo mai impedito niente!
SOCRATE: Vuoi forse dire che io non mi comporti da buon ateniese?
SANTIPPE: (Alterandosi leggermente) Non provare a fare i tuoi giochetti da maestro! Stai parlando con me, e i tuoi torti sono con me, non con Atene!
SOCRATE: (Attimo di silenzio. Abbassa la testa come colto in fallo) Hai ragione, scusami. Non c’è tempo per il passato. Devo dirti cose importanti e il giorno è così breve. Fossi stato come Ippia di elide o Prodico di Ceo, avidi insegnanti di virtù e conoscenze, ti lascerei ricca di danari. Così non è stato, e solo le mie parole posso lasciarti. Una debole eredità.
SANTIPPE: (Mettendosi seduta e leggermente ironica) Mostrami allora la tua debole eredità
SOCRATE: Ma… la zuppa?
SANTIPPE: Lasciamola cuocere.
SOCRATE: (è dubbioso se iniziare a parlare) Io dissi donna, che è saggio chi sa di non sapere. Ora donna, ti spiegherò l’arcano affinché ti sia di giovamento.
SANTIPPE: (sbuffa, si alza e torna a girare la zuppa. Si gira) Tu! Tu vuoi spiegare a me come è saggio chi sa di non sapere? Hai forse dimenticato che sono una donna?
SOCRATE: Per questo ora ti parlo!
SANTIPPE: Tu non vuoi intendere! Hai forse visto in Atene mogli dotte a seguir le tue parole o quelle dei tuoi pari?
SOCRATE: Certo no! Sei tu che non mi intendi! E’ per questo che ti lascio le mie parole!
SANTIPPE: (si rimette seduta accanto a lui) Socrate caro (accondiscendente); è forse falso che le donne in Atene non ricevono insegnamenti?
SOCRATE: no
SANTIPPE: E’ forse falso che mai migliore consigliera ha l’uomo che la donna amata?
SOCRATE: no
SANTIPPE: e come può colei che nulla sa delle cose degli uomini aver in sé il miglior consiglio?
SOCRATE: (La guarda sperduto)
SANTIPPE: forse che essa sa di non sapere, perché a ciò è costretta, e di questo fa scuola di saggezza? (si alza e torna a girare la zuppa)
SOCRATE: (La segue con lo sguardo, poi abbassa la testa pensieroso) Invero il tuo pensiero lascia il segno. Di queste mia parole forse non hai bisogno. Ragioneremo allora della virtù. Di come la si apprende e la persegue sì per esser sempre migliore; Fare il buono e allontanare il male.
SANTIPPE: (assaggia la zuppa, aggiunge un pezzo di finocchio) E spiegami allora cos’è questa virtù che sempre ho pensato di aver le idee confuse sull’argomento, e sempre da te avrei voluto chiarimento, se ci fossi stato. Se non fossi stato occupato a praticare il buono nel quartiere dei ceramisti, lì dove i lupanare sono più delle botteghe. Dove la virtù non costa più di una moneta.
SOCRATE: Mi torni sempre agli stessi discorsi! Perché di essere un uomo mi fai colpa?
SANTIPPE: Preferiresti la pietà per il tuo essere uomo?
SOCRATE: Basta! Torniamo a discettare di virtù
SANTIPPE: Si, torniamo alla tua virtù, è meglio! (ironica)
SOCRATE: (sospira) Io ebbi a dire che la virtù non è frutto di scienza né di natura, e la giusta opinione, se un uomo l’ha, egli l’ha per divin fato. Ora, seppur io dissi questo, pure di una donna si intende che la sua virtù e in governar bene la casa, ed esser massaia, e ubbidiente al marito.
SANTIPPE: (si alza di nuovo e va alla pentola a girare la zuppa) E questa è tutta la virtù che mi vuoi lasciare?
SOCRATE: E’ vero, è solo uno spicchio di virtù, ma quando non ci sarò più, se vorrai tornare sposa onorata con un nuovo marito, queste sono le virtù che dovrai mostrare.
SANTIPPE: Che pensiero profondo, da un maestro come te non mi aspettavo meno. Pensa, che come umile sposa, ignorante quale sono, mi ero fatta una idea diversa della tua arte.
SOCRATE: Donna, questa è la più difficile delle mie discussioni.
SANTIPPE: (torna vicino a lui e gli siede accanto) Supponiamo che io sia Menone, o Fedone, e sia qui a porti una quesito.
SOCRATE: Quale quesito?
SANTIPPE: Può un uomo d’Atene esser rinchiuso nel retro della casa per tutta la vita, costretto a non incontrar che poche genti, aver negati quasi tutti i riti, amare chi lo tradisce con schiavi e concubini. Può un uomo così trattato mantenersi retto e giusto e perseguire solo il bene?
SOCRATE: Che quesito è questo. Nessun uomo d’Atene è così trattato!
SANTIPPE: Ben lo so! Nessun uomo d’Atene è trattato così. (ironica) Rispondi allora.
SOCRATE: Per rimanere retto e giusto davvero forte dovrebbe essere la sua anima. Capace di vedere il bene anche li dove è solo lo scuro della sopraffazione.
SANTIPPE: Diresti quindi che quest’uomo è forte di virtù. Di quella virtù frutto del divin fato di cui hai tanto parlato.
SOCRATE: Si, lo direi.
SANTIPPE: (si rialza e va verso la pentola. Ne assaggia il contenuto. E’ soddisfatta del sapore) Allora vedi mio caro, ti ringrazio della tua virtù, ma posso accontentarmi della mia.
SOCRATE: (Socrate vorrebbe controbattere. Apre la bocca come per parlare, poi ci rinuncia.)
Santippe prende due scodelle e le pone sulla tavola apparecchiando. Prende la pentola e versa la zuppa nei piatti
SOCRATE: Ancora una volta i tuoi pensieri non hanno bisogno delle mie parole. (sospira) Dovrei essere felice della forza del tuo sentire, eppure…
SANTIPPE: La zuppa è pronta. Assaggia.
SOCRATE: …eppure avrei preferito almeno lasciarti parole, se non monete; e neanche questo sono riuscito a fare!
SANTIPPE: (sbuffando) Assaggia la mia zuppa e dimmi se ti piace!
SOCRATE: (La guarda un attimo, poi prende un cucchiaio e assaggia. Chiude gli occhi, assapora) Delizia degli dei. La tua zuppa attica rimane insuperabile.
SANTIPPE: (Sorride) Su questo siamo d’accordo. (si siede anche lei. Inizia a mangiarne)
Socrate e Santippe si guardano. Lei gli prende la mano
SANTIPPE: Socrate caro, davvero pensi che io voglia queste tue parole come ricordo? Io voglio te. Scegliamo l’esilio, scappiamo da Atene. Lo possiamo fare. Platone, Alcibiade… Tutti! Tutti ci aiuteranno. Tutti è pronto per la fuga.
SOCRATE: (ritira la mano) Mai! Cosa mi chiedi. Non posso e non voglio venire meno alla mia decisione!
SANTIPPE: (Si alza) Stolto! Stolto eri e stolto rimarrai! Tu e i tuoi folli insegnamenti che ti daranno la morte!
Sono entrambi voltati a evitare di guardarsi. Poi Santippe si gira, lo guarda, ne ha pena e dolore. Si risiede. Riprende in mano il cucchiaio
SANTIPPE: Dai, mangiamo che la zuppa si fredda, e lo sai che poi non ti aggrada.
Socrate si gira piano, incerto, poi riprende il cucchiaio e continua a mangiare.
SANTIPPE: Scusa questa tua moglie che ha parlato ancora una volta con la voce dell’amore. Non mi importa della tua filosofia, delle tue virtù e dei tuoi peccati. Serberò con me solo i tuoi sorrisi, il colore dei tuoi occhi in quelli di nostro figlio;
SANTIPPE: E i nostri litigi.
Socrate la guarda, accenna un sorriso
SOCRATE: Atene sarà triste senza le nostre grida.
SANTIPPE: Io lo sarò di più. ( Si tengono la mano in silenzio).
FINE
SIPARIO
Nota: Questo "quadro teatrale" è stato scritto per essere inserito in un lavoro a più mani dal titolo " zuppa d'autore" che il circolo Bel amì ( www.bellami.it) metterà in scena tra maggio e giugno a Roma. Purtroppo l'argomento del quadro non corrispondeva allo spirito dell'opera nel suo complesso, quindi per quella occasione verrà rappresentato, tra gli altri, un mio "quadro" più ironico, che pubblicherò più avanti. Però mi andava di pubblicare anche questo e allora eccolo qui. Accetto critiche.
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