venerdì, 30 novembre 2007

Conoscete Lubitsch?

No? Dovete fare qualcosa per sanare questa carenza. Un grande regista, uno con la giusta visione ironica e scanzonata della vita. Mi viene da accostarlo per classe a Wilder.

Oggi mi sono tolto la soddisfazione di vedere sul grande schermo ANGEL, un film del '36 in bianco e nero. Una commedia che definire deliziosa è ancora poco.

E' un musical, ogni tanto, ma è anche un film che ironizza sul classismo, che descrive - divertendosi - il gioco della seduzione tra uomo e donna. E' proprio un bel film.

Credo che la commedia, anche nel testo scritto, dovrebbe essere così. Giocare su tutte le corde dell'ironia, del sentimento. Giocare con il pregiudizio e mostrare la distanza siderale che lo separa dall'amore.  Una vera emozione guardare un autore con questa capacità.

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Ho stilato un programma per il 2008 che... mi riterrò soddsfatto se riuscirò a realizzarne anche solo il 40%

Per riuscire nello scopo dovrò riuscire a coinvolgere un sacco di persone che come me si vogliano divertire al gioco della cultura. Vedremo. Ho in mente di realizzare happening estemporanei a tema, o su un autore.  Insomma, voglio essere un agitatore culturale!!

Per adesso il problema è la promozione di "Un buon consiglio", il primo libro della mia casa editrice. Ci stò lavorando, e presto lo schema di promozione sarà pronto. Poi si tratterà di realizzarlo.

Gran bella cosa la sperimentazione.

postato da: Faberjack alle ore 23:18 | Permalink | commenti
categoria:cultura, editoria
lunedì, 26 novembre 2007

arlecchinoSono stato questa mattina a vedere una mostra dedicata alle  musiche teatrali. Non finisco mai di stupirmi.

La musica teatrale!!

Quando si va a teatro l'opera che si guarda, che si ascolta, è qualcosa di unitario. Un blocco unico. Più che nel cinema. E invece oggi mi sono ricreduto. Ascoltando i pezzi dei tanti autori in mostra ho ascoltato capolavori sonori. Musica eccellente con dignità di vita autonoma. E chissà quanta ce n'è sparsa sui nastri e nei cassetti degli autori. Un giacimento inesplorato. Bisognerà tornarci su.

 

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lunedì, 26 novembre 2007

Girando per il web trovo ogni tanto degli scritti degni di questo nome. Bei testi, bei racconti. Di quelli che ti fa piacere leggere.

Così voglio che siano gli autori della mia casa editrice. Quindi ho deciso che uno dei miei grandi terreni di "scoperta talenti" sarà il web.  Mi sembra tra l'altro giusto e sacrosanto. Avendo deciso di puntare tutto sulle nuove teconologie, sui nuovi modi di diffondere cultura e conoscenza, è giusto che dal web vengano i nuovi autori.

Ma loro, i nuovi autori, saranno pronti ad un soggetto diverso? Già, perchè sarà strano vedere qualcuno che addirittura li va a cercare, e neanche gli vende niente. Nemmeno i loro sogni usati, stirati, e rivenduti per nuovi.

Io mi sono reso conto in questi ultimi anni che uno dei più grandi ostacoli che ognuno di noi ha di fronte. Anzi, più esattamente, ognuno di noi nasconde il suo più grande ostacolo dentro di se. Questo ostacolo si erge come un sogno, una speranza, un luogo falsamente altro da noi, e capita - capita spesso - che il mondo dei furbi (non mi viene in mente altro modo per definirlo)  capisca benissimo qual'è il sogno, la speranza dentro di noi. E la usano, come esca, come gancio per portarci verso l'ennesima sola.

Il punto è che la sola praticamente ce la tiriamo da soli. Così è in ogni campo, anche quello dell'editoria. E' bello credere alle favole, al proprio libro distribuito in tutte le librerie, al successo come notorietà. E' bello, è vero, e sicuramente sono anche in molti quelli che lo meriterebbero. Ma...ma... avete mai letto le classifiche di vendita dei libri? Fatelo. Leggete i nomi delle case editrici. I primi venti titoli sono di cinque, sei case editrici al massimo. Le più forti, con i migliori autori, con la migliore distribuzione, con la maggiore forza economica. Di tutto, di più.

Il punto è che oggi molti meriterebbero molto, ma è un problema di fisica, prima che di altro. Non è chiaro? Allora mi spiego meglio: Lo spazio occupato da un corpo non può essere occupato da un altro corpo. Semplice, lineare, efficace. Se il mercato è presidiato con forza da altri, lì non si può entrare. O meglio, per entrare le tue forze dovranno essere imponenti, e il risultato non è garantito.

E allora? Allora cari autori, per avere il posto su quella comoda poltrona di quella grande casa editrice vi dovete prima conquistare un posto al sole, e cercate però di non fare diventare questa speranza  la vostra esca.

Io, per la mia parte, da editore del paese dei micronauti, prometto di pubblicare solo quello che mi piace, di stampare tutto quello che riesco a vendere, di pubblicizzare il titolo in tutti i modi in cui sono in grado di farlo, perchè, vedete, il WEB non si può presidiare. Qui non conta mica tanto la forza economica. Qui i valori e i metri sono altri, e allora si può competere. Certo, i risultati economici sono ben diversi, ma per quanto mi riguarda si era già detto che non è una questione di danè.  E un libro che dà utili, anche solo decine o centinaia di euro, è un successo. Non c'è dubbio.

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sabato, 24 novembre 2007

Spesso penso di ritirarmi nel profondo sud. Nella casa del nonno di mia moglie in quel meraviglioso paese del sud, sul mare, immerso in una valle d'ulivi, con quattro (dico quattro) abitanti nel suo centro storico. Il paradiso della tranquillità, dico io. La morte civile dice mia figlia diciannovenne.

Non lo so. Dovrò scoprire prima o poi com'è vivere in un posto simile. Nel frattempo però mi tocca la capitale, a cui bisogna riconosce dei grandi meriti.

Io sono in quel gruppo che negli ultimi anni ha preso le distanze dal sindaco. Ci sono tante cose che non mi trovano d'accordo: La politica edilizia per prima; i trasporti per secondo, e per finire il trionfare del ma anchismo che tutto occlude. C'è però un pregio che a questo sindaco va riconosciuto: Roma è diventata veramente la capitale culturale d'Italia. Qui non solo si fa il cinema (lo si faceva pure prima); qui ci sono tante case editrici, qui, volendo si può vivere di pasticcini, tramezzini e inaugurazioni di mostre, vernissage, e quant'altro passando da un evento all'altro, e non c'è bisogno di esssere invitati.

Credo che neanche nei circhi dell'antica Roma c'erano tante feste e manifestazioni come adesso. E capiamoci, non lo dico in senso critico. Io credo veramente che  tutto ciò sia, oltre che una eccezionale leva culturale, una formidabile leva economica. E se non bastasse il mio modesto giudizio, lo testimonia il valore del PIL romano, nettamente superiore alla media italiana.

Quindi, in un normale e modesto sabato, sono potuto andare alla mostra sulla Pop Art, a vedere la mostra di una valente pittrice, alla festa di una mia amica, ad assaggiare il famoso tiramisù di un famoso bar, e avrei potuto continuare, ma c'ho un'età e quindi niente Roma by night, e via a casa.

Però, mi chiedo, nel mio eremo del sud, tutto questo sarebbe stato possibile?

Credo che aspetterò ancora qualche anno per trasferirmi.

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sabato, 24 novembre 2007

Si parte, pur con cento e più contrattempi, il sito ora è in linea. La barca ha lasciato gli ormeggi. Per ora non siamo ancora in mare aperto, ma ci arriveremo presto, e allora mi auguro da solo BUON VENTO!!!

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giovedì, 22 novembre 2007

Oggi una persona amica mi ha fatto presente come alla fine, dopo lunga riflessione, sia arrivato alla conclusione che di fare carriera non gli interessa. - Ho altro da fare. Ha detto. -  Voglio tempo per studiare, e poi i miei figli sono piccoli, voglio stare con loro.

Ha ragione. Ci sono cose più importanti del successo; professionale e del successo in genere. Non che non siano importanti. Il riconoscimento sociale è fondamentale per il benessere personale, per la propria autostima. Ma appunto, forse il punto è proprio capire cosa nutre la nostra autostima e perchè. Io so che non bastano i dobloni, non bastano le moine di chi ti cerca perchè sei utile, non basta la stima di chi in te vede solo il riflesso dei suoi desideri.

Perchè questa riflessione da psicanalisi? Perchè mi chiedo quanto l'agire della mia piccola microstruttura deve essere puntata verso il successo, e verso quale tipo di successo poi.

Me lo chiedo invero, solo per alcuni secondi. Diciamo che del successo non me ne frega niente. Intendiamoci, nei miei migliori sogni sono intervistato dal tg1 che mi chiede spiegazione sul fulmineo e imponente successo della fabriziorasorieditore. Ma appunto, nei miei migliori sogni.

Nella realtà invece ho deciso di agire solo ed esclusivamente per il mio godere: la produzione editoriale per il solo gusto di produrre cultura divertendosi. Punto. Ma non per snobismo, intendiamoci. E' che sò - purtroppo lo sò - come e quanto la ricerca del grande successo impegni sotto tutti i punti di vista: Economico, sociale, politico, e quant'altro.  Un sistema che ti ingloba, ti obbliga al suo passo, e se non lo tieni - il passo - sei morto, fuori.

Allora sai che c'è? Io sono fuori da prima, io semplicemente non ci entro dentro. Stò molto, molto più comodo così. Faccio quello che mi pare, tanto nessuno mi controlla. Però questa scelta non è un non volersi confrontare con il sistema, no. E' altro; è sperimentare un modo nuovo di fare produzione culturale; un modo veramente autonomo. Dove si fa sistema utilizzando solo (o quasi) software open source, dove si costruiscono produzioni e promozioni che hanno la loro forza prima di tutto nella creatività; dove si costruiscono meccanismi economici leggerissimi, avulsi dagli strozzanti vincoli della finanza. Dove si utilizzano al massimo le nuove tecnologie.

Io credo che il nuovo millennio, insieme alle tragedie ecologiche ed energetiche, ci offra anche enormi opportunita per un vivere migliore, e personalmente le individuo in due punti: il primo è nella certezza che mai come in questi anni la cultura sia in grado di fare "industria", di produrre cioè reddito. Dai Lumiere in poi, il cinema, la tv, il teatro, la musica, la letteratura, lo studio, la formazione... il consumo culturale insomma è aumentato sempre più, sino a diventare veramente un volano importante e imponente dell'economia, almeno quella occidentale. E potrebbe esserlo anche di più.

Il secondo punto, non meno importante del primo, è che mai come ora vi è la possibilità tecnica e pratica di produrre e distribuire tale cultura a costi estremamente contenuti. Per chi ricorda Marx, e opera nella produzione culturale, tutto ciò equivale ad avere la proprietà dei mezzi di produzione. Quindi, cultura come impresa e produzione della stessa in mano alle masse.  Questa per me è una vera rivoluzione.

Per concludere, la mia microstruttura produrrà solo ciò che mi farà godere (intellettualmente) sperimentando la possibilità della nuova produzione popolare.

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martedì, 20 novembre 2007

In questi giorni (causa una fiction tv), ma sarebbe più esatto dire in questi anni, sta avendo un discreto successo Rino Gaetano, un cantante degli ultimi anni 70.

A me devo dire, dall'alto dei miei 44 anni piaceva già all'epoca (cioè in vita lui medesimo). Mi piaceva perchè nella nostra politica adolescenza di allora, nella mia in particolare, con il suo ironico modo di filtrare i guasti della società si offriva come una chiave di lettura della realtà, trasversale. Efficace, leggera, capace di svestire il mondo della sua artificiosa serietà per lasciarlo nudo e - spesso - ridicolo nelle sue azioni, sino a riportarlo all'altezza di tutti noi, del popolo. Finalmente leggibile.

Non era il solo. La fine degli anni settanta aveva con sè altri ironici anticorpi alla piombifera aria che tutto ricopriva ( e che poi vinse) e tutti soffocava. Penso agli indiani metropolitani ( me li ricordo, sdraiati a terra, dipinti come indiani, a gridare: Sacrifici! Sacrifici! Il tutto per prendere in giro Berlinguer, o ancora a inneggiare alla "GASTRONOMIA OPERAIA" ironizzando sulla serietà delle lotte di allora. A posteriori possiamo certo dire che qualche risata di più e qualche pallottola di meno ci avrebbero fatto un gran bene.

Ma, perchè nulla passi invano - e nulla passa invano checchè se ne dica - è necessario raccogliere e conservare il buono dove questo è stato, dove questo è. E io sono sicuro che, così come c'è del marcio in Danimarca, allo stesso modo la risata è seppellente.

Allora, una via culturale della mia minuscola casa editrice sarà la via dell'ironia. Non parlo della satira - non per escluderla, ma perchè non credo abbia bisogno di me - parlo proprio della sana e popolare ironia sui costumi del popolo, dei potenti. Per ridere. Per pensare. Mi vengono in mente Guareschi, Chiara, Marchesi. (magari trovassi autori così!)

Comunque, ironia!!!

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categoria:ironia, editoria,
lunedì, 19 novembre 2007
Come l’albero
il mio corpo segna il tempo
lungo linee concentriche
e ineguali.
Come l’albero
tendo linee di momenti
e degli attimi trascorsi
trattengo i miei migliori
e tra i peggiori tutti.
Come l’albero
cresco rami di ricordi
delicati tronchi d’anima
a cui sorridere la sera
giocando con gli amici.
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categoria:poesia
lunedì, 19 novembre 2007

Tra i temi che la mia micronica casa editrice toccherà, ci sarà, in maniera importante, il tema della parità tra i sessi. E' qualcosa su cui ho molto riflettuto nella mia vita. Direi dall'adolescenza in poi.  Credo, nei confronti della donna di essere passato per ogni sentimento: da una adolescenza che potrei definire - senza tema di smentita - stilnovista, ad una giovinezza più sessual materialista, il tutto passando per una educazione maschilista e un sentire politico paritario, arrivando ad un amore maturo per una ex femminista, nonchè coronando il tutto con la paternità di due donne (19 e 15 anni oggi).

Cosa ne ho tratto da tutto ciò?  Un grande amore per i fianchi tondi, ma soprattutto la consapevolezza che la reale parità tra uomo e donna viene solo sottoponendo a feroce critica la cultura maschile degli ultimi duemila, duemilacinquecento anni.

Cercando però nel contempo di rimanere uomo. Mantenendo cioè quelle caratteristiche che fanno di un uomo un amante, un padre, un fratello, a volte un marito. Anche un amico, ma questo è un discorso più articolato.

Però, nella mia specificità di uomo, che si sente uomo a 360 gradi, credo sia giusto lavorare per rappresentare il mondo femminile nella sua interezza sostenendone i contenuti culturali, anche quelli più particolaristi e lontani da me. Anche quelli più antipatici.  Ma non favorendoli, perchè un uomo rimane e deve rimanere uomo. Semplicemente però - dovendo le donne recuperare millenni di soprusi - dando all'altra parte del cielo la possibilità di esprimere quello che è, per vedere dove va, dove arriva. 

Per quello che posso, naturalmente.

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categoria:cultura, donne, editoria, femminismo
martedì, 13 novembre 2007

Nella mia cucina ci sono le formiche.

Non ci sono sempre. Ad anni alterni direi. Quest'anno ci sono.

Sono formiche piccole. Formiche cittadine, di quelle cresciute negli interstizi degli appartamenti, tra una mattonella in gres e un leggero tramezzo di foratini.

Niente a che vedere con quelle belle formiche campagnole di una volta. Lunghe e nere. Enormi. Quelle formiche della mia infanzia in campagna. L'estate da Zia Dalma a Canale Monterano. Quelle grandi formiche che attraversavano in fila i viottoli polverosi. Ordinate, avanti e indietro sino a sfiorarsi le antenne. Quelle grandi antenne che vibravano ad ogni incontro. Antenne così grandi da essere ancora così ben visibili nella mia memoria a distanza di più di un trentennio.

Queste formiche no. Le antenne le hanno anche loro, ma sono invisibili. Sono formiche piccole piccole; misureranno tre millimetri al massimo. Ma non per questo sono meno persistenti.

Hanno iniziato la loro invasione visitando i piani bassi della cucina: il secchio della spazzatura, il mangime del gatto, i saponi ( ma non gli sono piaciuti). Poi, hanno preso coraggio  e sono salite sulla cucina vera e propria: Il lavandino, il piano cottura, la cucina.

Ci si è difesi come si è potuto cercando nel contempo di non avvelenarsi: detersivo, spirito, aceto.  Infine l'eliminazione fisica, col pollice.

Ho bruciato così almeno le mie prossime tre, quattrocento vite. E' vero che ero già compromesso dall'infanzia, (per tutte quelle povere lucertole e farfalle nella campagna di Canale Monterano) ma nel frattempo mi ero pentito! Invece eccomi di nuovo da capo. Rinascerò maiale, se va bene.

E le formiche sono ancora lì.

Adesso mia moglie, che ha deciso di non adoperare nulla di veramente mortale,  (il DDT le stroncherebbe, se non fosse che adoperato in cucina non farebbe tanto bene neanche a noi) ha cosparso i piani della cucina di sale. Io, devo dire la verità non credo molto in  in questa operazione, che mi sa di Attila e c'ha pure qualche richiamo biblico, ma mi adeguo in silenzio. Mi assumo le mie responsabilità.

Si perchè,  secondo me,  le formiche,  continueranno imperterrite a vagabondare per gli scaffali sino a quando non mi deciderò a spostare tutto il blocco della cucina e scoprire da dove vengono. Chiudere poi l'uscita del formicaio e murarle per sempre tra i foratini e il gres.

Lo dovrei fare, lo so.

Ma posso dire la verità? A me le formiche sono simpatiche e credo  in fondo di potergli lasciargli qualche briciola senza soffrire troppo.

Per  questo non lo farò.

Ma non ditelo a  mia moglie.

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